//Le olimpiadi invernali senza neve

Le olimpiadi invernali senza neve

Oslo, Chamonix, Innsbruck, Sarajevo, Grenoble, Squaw Valley, Sotchi e Garmisch – Partenkirchen ad un primo sguardo non hanno nulla in comune: sono distanti, situate in Paesi diversi con lingue e culture estremamente eterogenee. Eppure queste otto città sono legate tra loro da un doppio fil rouge: hanno tutte ospitato un’edizione delle Olimpiadi invernali e non potranno più ospitarne altre a partire dal 2050.

Il motivo lo rivela un recente studio condotto dallo scienziato canadese Daniel Scott, secondo il quale a causa del surriscaldamento globale 8 delle 20 città che hanno ospitato in passato edizioni delle Olimpiadi invernali saranno, entro metà secolo, troppo calde per potersi candidare a ospitarne di nuove. Il numero aumenta se si aggiungono anche le città individuate come “a rischio” come Pyongchang e Pechino (rispettivamente l’attuale città ospitante e quella che ospiterà la prossima edizione). Del resto, questo studio si trova perfettamente in linea con le previsioni degli studiosi del cambiamento climatico per cui entro fine secolo sarà assai raro veder nevicare al di sotto dei 1800 metri di quota.

Ormai da decenni sono note le cause e le conseguenze dell’innalzamento delle temperature ma solo negli ultimi vent’anni la comunità internazionale ha iniziato a muoversi nel tentativo di porre un argine a quello che è sicuramente il più grande pericolo ambientale della nostra epoca. Anche se in ritardo rispetto agli allarmi lanciati dagli scienziati a partire dagli anni ’60, infatti, i governi hanno riconosciuto (con alcune pesanti ed importanti eccezioni) nelle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera il più grande agente del riscaldamento globale. A partire dal ’97, quindi, gli sforzi internazionali si sono concentrati nel predisporre strumenti volti a diminuire le emissioni di CO2 da parte degli Stati.

Il primo grande tentativo di abbassare la quantità di gas serra emessi in atmosfera venne fatto con il Protocollo di Kyoto stipulato nel ’97 ma entrato in vigore solo nel 2005 con la ratifica della Russia. Affinchè il Protocollo entrasse in vigore, infatti, era necessaria la ratifica da parte di un numero di Stati rappresentativo, almeno, del 55% delle emissioni globali antropiche di gas serra. Il Protocollo si prefissava come obiettivo la diminuzione, in percentuale diversa da Stato a Stato, entro il 2012 delle emissioni di gas serra. L’Italia si era prefissata come obiettivo quello di diminuire le emissioni del 6,5%: obiettivo purtroppo non raggiunto. Seppur l’Italia in questo periodo è riuscita a diminuire le emissioni assolute di gas serra, la percentuale rispetto a quelle del 1990 si è fermata al 4,6%.

Il Protocollo di Kyoto nel complesso è stato oggetto di molte critiche. L’obiettivo di diminuire le emissioni di CO2 poteva essere raggiunto in due modi: una riduzione diretta oppure attraverso politiche di rimboschimento (i nuovi boschi creati avrebbero così assorbito la CO2). Soprattutto quest’ultima misura rendeva il Protocollo non particolarmente efficace dato che gli Stati aderenti potevano attuare queste politiche di rimboschimento non necessariamente sul proprio territorio portando a quello che è stato definito come “neo-colonialismo ecologico”. Insomma, uno Stato sviluppato poteva anche non attuare alcuna politica volta alla diminuzione delle emissioni ma finanziare il rimboschimento di foreste dall’altra parte del mondo.

Fortunatamente lo spirito con cui è stato stipulato il Trattato di Parigi è profondamente diverso. Rispetto al Protocollo di Kyoto gli Stati si pongono come obiettivo di ridurre l’innalzamento globale della temperatura (entro il 2050 l’obiettivo è di scendere dai 2° ai 1,5° di innalzamento della temperatura globale rispetto alla temperatura media pre-era industriale), per fare ciò si impegnano a ridurre le emissioni di gas serra fino al 70% entro il 2050. Per quanto riguarda poi i Paesi europei, l’Unione ha stabilito che il sistema tanto criticato nel Protocollo di Kyoto delle “emission allocation” potrà essere utilizzato solo fino al 2020, previsione volta a responsabilizzare ogni Stato sulla diminuzione delle emissioni.

L’Unione Europea ha ben definito i suoi obiettivi con cadenza decennale a partire dal 2020. Posto che il 60% delle emissioni di gas serra nell’Unione sono prodotte da trasporti, industrie, agricoltura, riscaldamenti privati e gestione dei rifiuti, le politiche di riduzione si concentrano proprio in questi settori e mirano ad una riduzione del 20% rispetto ai livelli del 1990. La recente decisione del gruppo FCAuto di tagliare la produzione dei motori diesel entro il 2022 può essere inquadrata all’interno di questi sforzi. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni sono in generale fissati a cadenza decennale ma nulla impedisce che questi vengano aggiornati e rivisti (solo in meglio, in questo senso si è impegnata l’UE) in base a risultati già raggiunti e progresso delle scienze.

Il cammino è appena iniziato e le basi su cui poggia sono, almeno nell’Unione Europea, solide e incoraggianti. Bisogna sperare che gli impegni internazionali siano rispettati e portati avanti con serietà, così magari in un futuro potremo continuare a parlare anche di olimpiadi invernali.