//Ecomafie, la piovra che avvelena l’Italia

Ecomafie, la piovra che avvelena l’Italia

Dal Golfo di Squillace a Capo Spartivento fino a Capo Passero e poi oltre, addentrandosi nel Mar Ionio i fondali sono disseminati di relitti. Rigel, Elbe, Pelhunter e Schieni sono solo alcuni dei vascelli inghiottiti dalle acque con la complicità della criminalità organizzata.

Quello delle “navi a perdere” (come vengono definite le imbarcazioni cariche di rifiuti speciali fatte appositamente affondare dalla malavita) è uno degli esempi più famosi e drammatici di come la criminalità organizzata abbia negli ultimi 40 anni inquinato e deturpato ampie aree del nostro territorio.

Ad oggi, le ecomafie ricorrono a metodi ben più semplici che non affondare navi. Da Nord a Sud, infatti, il sottosuolo italiano è disseminato di discariche abusive, né il problema può essere limitato e circoscritto al “solito” Mezzogiorno. Basti come esempio quello dei lavori per l’autostrada Pedemontana, dove durante gli scavi sono state in più occasioni rinvenute discariche profonde svariate decine di metri.

Metodo ancor più semplice per lo smaltimento illegale è poi rappresentato dal “cambio di etichetta”: ogni rifiuto è infatti contrassegnato a seconda delle caratteristiche, della composizione e della pericolosità, da un codice particolare che lo contraddistingue e ne determina l’attività necessaria per lo smaltimento. Così, cambiando semplicemente l’etichetta d’accompagnamento, un rifiuto chimico pericoloso viene fatto passare per innocuo cartone e portato presso un inceneritore.

Quello dello smaltimento illegale dei rifiuti è diventato uno dei business più redditizi, con un giro d’affari in crescita anche per l’estrema difficoltà a controllare l’intero territorio nazionale, nonché per la cronica emergenza rifiuti vissuta da alcune regioni. I numeri presentati da Legambiente nel suo dossier 2016 sulle ecomafie dimostrano un aumento del 18% delle persone denunciate per ecoreati rispetto all’anno precedente. Tra le regioni più colpite vi sono, nell’ordine, Campania, Puglia, Lazio e Sicilia, con Toscana e Lombardia che si collocano al sesto e settimo posto. A dimostrazione di come il fenomeno abbia una dimensione nazionale, non rimanendo dunque circoscritto a poche aree.

Al fine di contrastare in forme più efficaci i delitti ambientali, nel 2015 il Legislatore, come invocato da anni da più parti, ha finalmente modificato la materia con la legge 68/2015, con la quale è stato introdotto nel Libro II del Codice Penale il Titolo VI bis “dei delitti contro l’ambiente”. Per quanto la riforma non sia immune da critiche (ad esempio l’art 452octies prevede l’aggravante qualora il reato sia commesso da un’associazione mafiosa, ma l’aumento pare del tutto insufficiente), ha il merito, non da poco, di aver finalmente portato chiarezza in tema di sanzioni penali ad illeciti ambientali.

In precedenza, infatti, la materia era divisa in varie leggi e nel Testo Unico Ambiente, una frammentazione che rendeva alle volte complicato addirittura comprendere quale fosse la norma da applicare. Disporre di pochi e chiari reati, tutti raccolti in un unico libro del Codice Penale, consente finalmente all’Autorità Giudiziaria di intervenire e contrastare più rapidamente e con maggior efficacia gli eco delitti.

Quello del contrasto alle ecomafie è un tema fondamentale per il corretto sviluppo del nostro Paese: lo smaltimento spregiudicato di rifiuti causa enormi costi economici dovuti alla bonifica ed al ripristino delle aree inquinate, che oltretutto non sempre vengono recuperate completamente. Il costo più elevato rimane però quello in termini di salute e benessere delle cittadinanze coinvolte.

L’inquinamento ambientale rimane uno dei grandi problemi che affliggono il nostro Paese, problema che, nonostante la costituzionalizzazione del “bene ambiente” e la novella legislativa in tema penalistico, come dimostrano i numeri, è ben lontano dall’ essere risolto.