//La lotta europea all’inquinamento da plastica

La lotta europea all’inquinamento da plastica

L’inquinamento da plastiche rappresenta, insieme alle emissioni di CO2, il più grave problema ambientale a livello globale. Da quando i materiali plastici sono diventati una componente fondamentale dell’economia, la loro produzione è infatti cresciuta in modo vertiginoso: si pensi che, mentre negli anni ’50 ne venivano prodotti appena 2 milioni di tonnellate, la produzione attuale sfiora i 400 milioni.

Una tale quantità di rifiuti plastici non può non avere un impatto devastante sull’ecosistema. Secondo l’OCSE solamente il 15% di essi viene infatti riciclato, mentre un quarto finisce incenerito per creare energia. Il restante è destinato alla discarica o viene disperso nell’ambiente.

Un problema globale come questo rende perciò necessaria una decisa risposta a livello sovranazionale, visto che anche la politica nazionale più virtuosa non sarebbe sufficiente da sola ad arginare il fenomeno. Proprio nell’ottica di incentivare lo sviluppo sostenibile all’interno dell’UE, nel 2015 è stato emanato dalla Commissione Europea il “piano d’azione dell’Unione Europea per l’economia circolare” nato appunto, come si legge nei memorandum, “per sviluppare un’economia che sia sostenibile, rilasci poche emissioni di biossido di carbonio, utilizzi le risorse in modo efficiente e resti competitiva”.

Alla luce di questo ambizioso progetto, il 28 maggio 2018 la Commissione ha emanato la strategia comune sulle “plastiche monouso: nuove regole europee per ridurre l’inquinamento marino”. L’obiettivo del programma di azione è principalmente quello di ridurre l’inquinamento da plastiche limitando o addirittura bandendo la produzione ed il consumo di determinati prodotti monouso di plastica, promuovendone la produzione in materiali alternativi.

Il piano prevede appunto il divieto di vendita di 10 prodotti che, da soli, rappresentano l’86% dell’immondizia dispersa in mare. Oggetti come piatti, posate e cotton fioc monouso saranno nei prossimi anni banditi dall’Unione Europea. Verranno inoltre vietate (l’Italia in questo campo è stata precorritrice) le temute microplastiche (anche da prodotti come cosmetici e vernici), frammenti millimetrici onnipresenti, purtroppo, nelle acque marine, tanto da essere ormai penetrate all’interno della catena alimentare.

Oltre a questi divieti di commercializzazione e produzione, il programma prevede ingenti investimenti nello sviluppo e nella ricerca di materiali alternativi basati fondamentalmente su bioplastiche e polimeri biodegradabili. Vengono inoltre introdotti alcuni doveri per i produttori di plastica. La EPR (extended producer responsibility) obbligherà i produttori a farsi carico di parte dei costi per il riciclo e per lo smaltimento dei rifiuti plastici. Inoltre, tutti i prodotti plastici monouso dovranno contenere nell’etichetta indicazioni sulla pericolosità e dannosità del prodotto.

L’apprezzabile sforzo profuso dalla Commissione in questo piano d’azione è però, occorre dirlo, assai deludente con riferimento ad uno dei prodotti plastici maggiormente presenti: le bottigliette monouso. Il piano d’azione si limita infatti a sancire l’obbligo per i produttori di raccogliere (ad esempio con le forme del vuoto a rendere) il 90% delle bottiglie al fine di incentivare l’economia circolare.

Nonostante ciò, la proposta della Commissione, in attesa del recepimento da parte del Parlamento e del Consiglio Europeo, rappresenta un ottimo punto di partenza per la lotta europea all’inquinamento da plastiche. Rimane tuttavia la necessità di ribadire come un problema di portata mondiale non possa di certo essere risolto dall’Europa da sola, anche e soprattutto considerando che l’80% dei rifiuti dispersi in mare proviene da sei Paesi asiatici (Cina e India su tutti).