//Microplastiche: macroproblemi

Microplastiche: macroproblemi

Quando nel 1973 lo statunitense Nathaniel Wyeth si recò all’ufficio brevetti per registrare la sua invenzione, mai si sarebbe aspettato che, 45 anni dopo, quella sarebbe stata al centro di una votazione da parte di un Parlamento rappresentativo di 500 milioni di persone. Nei decenni successivi alla brevettazione, infatti, l’invenzione dell’ingegner Wyeth ebbe un peso devastante sull’ecosistema globale, rappresentando buona parte dei rifiuti dispersi nei mari. L’invenzione in questione era la bottiglia di plastica PEC.

Il 24 ottobre 2018 il Parlamento Europeo ha votato la proposta della Commissione che mira a vietare la commercializzazione di dieci prodotti monouso di plastica e che imporrà agli Stati membri di raggiungere una percentuale non inferiore al 90% di riutilizzo per almeno il 90% delle bottiglie di plastica. Vengono inoltre previste misure restrittive sui mozziconi di sigarette, che rappresentano il secondo prodotto più presente tra i rifiuti. Questi prodotti monouso (cannucce, posate e piatti, cotton fioc) e le bottigliette rappresentano da soli circa il 70% dei rifiuti dispersi in mare.

La proposta votata dal Parlamento presenta comunque alcune criticità. Ed infatti gran parte dei positivi effetti che si prefigge potrebbero essere vanificati da una definizione eccessivamente restrittiva di plastica mono-uso: nulla osterebbe, qualora la definizione non fosse oggetto di ulteriori specificazioni, a qualificare (soprattutto posate e stoviglie di plastica) come riutilizzabili prodotti in realtà usa e getta, svuotando di efficacia la previsione più importante contenuta nella misura legislativa.

Inoltre, posta l’importanza che la produzione di plastica assume nel nostro odierno sistema industriale, sia il legislatore europeo sia i legislatori degli Stati membri sono fin da ora sottoposti ad importanti pressioni da parte delle lobby del settore. Non a caso, durante la discussione al Parlamento Europeo sono stati presentati 150 emendamenti, alcuni volti a rendere ancora più restringenti i divieti, altri (la maggior parte) di segno contrario. Per quanto riguarda i gruppi parlamentari italiani, ci sono state alcune proposte di modifica per l’esclusione del divieto da quei settori dove sarebbe complicato eliminare l’usa e getta, come ad esempio gli ospedali. Insomma, la votazione del 24 ottobre è stata solo l’inizio di un cammino legislativo particolarmente complicato e irto di insidie.

L’impellenza del tema è fuor di dubbio: la plastica ormai è onnipresente. Recenti studi hanno dimostrato in particolare l’ubiquità delle microplastiche, ossia di quei frammenti inferiori ai 5 mm. Diverse ricerche hanno trovato microplastiche all’interno di pesci mesopelagici (quelli che vivono ad una profondità compresa tra i 200 ed i 1.000 metri), nella maggior parte delle acque dolci fino a quelle che escono dal nostro rubinetto di casa. Ma a destare maggior allarme è un recente studio condotto dall’Università di medicina di Vienna, che ha trovato microplastiche nelle feci di tutti i partecipanti alla ricerca. Ciò conferma che le microplastiche dopo essere entrate all’interno della catena alimentare sono giunte fin all’interno dell’organismo umano, con effetti ancora tutti da valutare ma che certo non lasciano sperare in nulla di positivo. I summenzionati studi dimostrano, qualora vi fossero ancora dei dubbi, la vastità dell’inquinamento dovuto alle plastiche e di come questo sia pericoloso per l’intero ecosistema.

La svolta dell’Unione Europea, per quanto importante, rischia però di rimanere una lotta contro i mulini a vento se non sarà condivisa su scala globale. Basti infatti pensare che, degli oltre otto milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono in mare, il 70% proviene da sei Paesi, tutti extraeuropei (Cina, Filippine, India, Indonesia, Thailandia e Vietnam). È dunque necessaria una presa di posizione più netta a livello mondiale, per tentare di limitare i danni che stanno per modificare drasticamente il volto del nostro pianeta.