//Clima, luci ed ombre della 74ª Assemblea Generale dell’ONU

Clima, luci ed ombre della 74ª Assemblea Generale dell’ONU

Si è tenuta martedì scorso la 74esima assemblea generale delle Nazioni Unite interamente dedicata, per volontà dell’attuale Segretario Generale Antonio Guterres, al clima. A lato delle manifestazioni planetarie organizzate dal movimento “Fridays for future”, dell’attivismo e dei buoni propositi di milioni di giovani, non può certo dirsi, però, che il summit sia stato un successo.

Già dalle premesse, a dire il vero, era possibile indovinare quale sarebbe stato l’esito dell’Assemblea. L’assenza degli Stati Uniti (a parte una brevissima apparizione del presidente Trump durante i discorsi del premier indiano Modi e della cancelliera tedesca Merkel) ha influito non poco sulla postura dei principali attori globali. La Cina, ad esempio, Paese dal quale molti osservatori si aspettavano l’annuncio di nuovi progetti, più ambiziosi di quelli fin qui intrapresi, si è tenuta sulla difensiva. Wang Yi, rappresentante del Dragone all’Assemblea Generale, ha ribadito la volontà cinese di rispettare gli impegni firmati a Parigi nel 2015, sebbene «alcuni Paesi non lo stiano facendo» (chiaro il riferimento proprio agli Stati Uniti, svincolatisi dagli accordi di Parigi per volontà del presidente Trump).

Già questo basterebbe a capire che l’Assemblea non è stata il successo che Guterres sperava. L’impegno dei due colossi mondiali sarà, infatti, fondamentale per diminuire le emissioni di gas serra al fine di contenere l’aumento delle temperature globali entro i 2° rispetto all’era preindustriale, posto che sono da soli responsabili di circa il 40% delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale.

Vediamo in breve l’atteggiamento degli altri principali attori.

Buone notizie dalla Russia, che ha finalmente deciso di ratificare gli accordi di Parigi con una procedura per altro rafforzata, visto che l’adeguamento avverrà per mezzo di un ordine esecutivo firmato dal presidente Medvedev. Certo, si tratta di un passo avanti non da poco, posto che la Russia mantiene da sempre una politica molto ambigua nei confronti del cambiamento climatico (basti pensare agli interessi nelle esportazioni di gas ed idrocarburi ed al fatto che l’Accademia di Scienze russa ancora dubita circa la mano antropica dell’attuale crisi climatica). La scelta di Mosca è scaturita probabilmente dai repentini cambiamenti che stanno sconvolgendo tutta la zona a Nord del Circolo Polare Artico. Non è un caso che, durante il discorso, sia stata evidenziata la necessità di tutelare coloro che abitano sul permafrost (il terreno congelato di cui è composta gran parte della Siberia e che si sta rapidamente sciogliendo).

Meno incoraggianti gli interventi di Bolsonaro e Modi. Il leader brasiliano, infatti, ha dichiarato che «l’Amazzonia non è un patrimonio dell’umanità» lasciando intendere che sulle politiche di gestione e sfruttamento del polmone verde della Terra la giurisdizione spetti esclusivamente al Paese verde-oro. E poco importa se ciò che avviene in Amazzonia si ripercuote sul resto del mondo. Narendra Modi, dal canto suo, pur rassicurando sul fatto che l’India rispetterà gli obiettivi fissati a Parigi, non è entrato nel dettaglio sulle azioni in concreto intraprese a tal fine. Politiche necessarie, visto che il colosso asiatico nutre il suo fabbisogno energetico in buona parte attraverso centrali a carbone.

A livello di concretezza e pianificazione, l’intervento che probabilmente ha soddisfatto di più il mondo ecologista è stato quello tenuto dalla cancelliera Angela Merkel, la quale ha confermato un piano da 54 miliardi di euro per abbattere del 55%, entro il 2030, le emissioni di CO2 rispetto al 1990. Ha posto inoltre l’obiettivo per la Germania di chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2038 con tutto l’intento, però, di raggiungere l’obiettivo anticipatamente.

Come è andata invece l’Italia? L’intervento del premier Giuseppe Conte è stato fissato nel calendario dei lavori per le 17.30, praticamente in chiusura, dopo il discorso dei presidenti di Congo e Bolivia. L’essere confinati in chiusura della scaletta la dice lunga su quanto le politiche climatiche italiane siano considerate adeguate a livello internazionale e, del resto, il discorso di Conte non ha certo brillato per concretezza. In breve, per vedere come il governo italiano deciderà di muoversi per contrastare il cambiamento climatico occorrerà aspettare la prossima Legge di stabilità.

Come ha detto Guterres, il cambiamento climatico è causato da noi, è una sfida che può essere vinta ma che al momento stiamo perdendo. Per vincere davvero la minaccia climatica occorrerà certamente qualcosa in più di vaghi progetti e buone intenzioni.