//Machiavelli oggi, perché studiare il pensatore fiorentino?

Machiavelli oggi, perché studiare il pensatore fiorentino?

Niccolò Machiavelli ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, uno dei principali autori (se non addirittura il padre fondatore) del pensiero politico realista italiano ed europeo. Cancelliere della Repubblica fiorentina dal 1498 al 1512, egli fu al tempo stesso storico, filosofo, politico e drammaturgo, manifestando uno straordinario eclettismo.

In occasione del 550esimo anniversario della sua nascita (1469-2019), lo scorso 23 febbraio si è svolto a Roma un convegno dedicato al pensatore fiorentino, al quale hanno partecipato con le proprie relazioni tre tra i massimi esperti dell’opera machiavelliana: il Prof. Giulio Ferroni, il Prof. Gennaro Sasso ed il Prof. Lucio Villari. Tre chiavi di lettura, quelle sviluppatesi nel corso del convegno, al tempo stesso compenetranti e sfumate.  Molte le suggestioni.

Durante il suo intervento il Prof. Sasso ha evidenziato come nella vita  e nel pensiero di Machiavelli non si dia alcuna “svolta” repubblicana. Fautore della libertà e della repubblica, egli rimase sempre sostenitore convinto della superiorità delle leggi e dei liberi ordini rispetto a qualsiasi tipo di principato, sia nel periodo del segretariato sia negli anni successivi alla caduta della Repubblica fiorentina. Semmai è “Il Principe” che richiede di essere spiegato nel quadro di questo tenace, costante e più profondo orientamento del suo pensiero.

Salito, come detto, al rango di cancelliere della Repubblica all’età di 28 anni, nulla si sa del vissuto antecedente e degli studi svolti dal Machiavelli. Un vuoto conoscitivo cruciale per comprendere le radici del suo percorso formativo. Vuoto che le nuove generazioni di studiosi dovrebbero colmare, questo l’invito fondamentale del filosofo rivolto all’uditorio e, indirettamente, al mondo accademico.

Di diverso approccio le interessanti riflessioni del Prof. Villari, il quale ha soffermato la propria attenzione, oltre che sull’ascendente avuto da Machiavelli sulle generazioni che secoli dopo avrebbero realizzato il processo di unificazione italiana, anche sulle riflessioni sociali contenute nei suoi più noti scritti.

Contrariamente ad un radicato luogo comune, è un Machiavelli attento alle esigenze del popolo quello che ne viene fuori, promotore dei principi di eguaglianza ed equità, studioso della politica sociale, attento osservatore delle determinanti storiche del conflitto. Un Machiavelli desideroso di rappresentare e risolvere i problemi interni ed esterni dei destini d’Italia. Il riferimento principale nello sviluppare questi tratti dell’analisi machiavelliana è Gaetano De Sanctis, il quale notava: «Quando Machiavelli scriveva queste cose, l’Italia si trastullava ne’ romanzi e nelle novelle, con lo straniero in casa. Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato. La tempra era rotta. Tutti volevano cacciar lo straniero, a tutti “puzzava il barbaro dominio”, ma erano velleità. E si comprende come Machiavelli miri principalmente a ristorare la tempra, attaccando il male nella sua radice».

Un’analisi attualistica quella realizzata dal Prof. Ferroni, che ha voluto sottolineare la necessità di tenere innanzitutto presente, in Machiavelli,  il concetto di politica come arte del rimedio. Machiavelli crede che compito essenziale della civiltà e della politica sia quello di studiare e mettere in atto rimedi ai mali ed alle rovine che ne conseguono. Il suo realismo si sviluppa nel linguaggio e nelle istanze della pratica quotidiana. È il risultato delle domande che si pone un uomo “pratico”, che frequenta assiduamente (ma non professionalmente) i classici.

Un pensiero assolutamente non sistematico ma del tutto “aperto” e contraddittorio, con radici popolari e borghesi che affondano nella cultura municipale fiorentina. E quindi riemerge il tema della strumentalizzazione politica fatta del cancelliere fiorentino. Come già  scritto Dal Prof. Ferroni in una sua opera: « In Machiavelli si riconosce l’emblema di ogni politica spregiudicata, rivolta a cercare affermazione e successo: si vede in lui, nel modello che gli viene sovrapposto più che nelle precise formule dei suoi scritti, la garanzia della vittoriosa ascesa al potere, la giustificazione dell’uso di tutti i mezzi possibili pur di raggiungere degli obiettivi di potenza e di sicurezza: il fascismo e il comunismo del XX secolo si sono voluti “machiavellici”, il nome di Machiavelli è servito a ottenere ogni forma di “Realpolitik” » .

È giunto il tempo di colmare una lacuna, ha lamentato Ferroni durante il convegno: occorre studiare, oltre l’economia, la giurisprudenza, la politica, anche l’antropologia di Machiavelli, la sua idea di realtà umana, per liberarlo dall’ambigua ombra di istigatore di violenza e profeta di tirannide che lo ha accompagnato attraverso i secoli.

Dario Stefano Lioi