//Mutui subprime. Dieci anni dalla crisi che ha cambiato il mondo

Mutui subprime. Dieci anni dalla crisi che ha cambiato il mondo

Il 15 settembre 2008, il Wall Street Journal titolava in prima pagina: “Crisi a Wall Street, Lehman in bilico”. Il giornale era andato in stampa poco dopo mezzanotte, perdendo così, come la maggior parte delle testate americane, la notizia finanziaria più importante del decennio: all’1.45 di notte, Lehman Brothers, la quarta banca d’affari più importante degli Stati Uniti, entrava ufficialmente sotto tutela fallimentare.

Per comprendere quest’evento, assurto a simbolo della crisi che si sarebbe poi diffusa a livello globale, occorre analizzare il contesto all’interno del quale operavano gli intermediari finanziari di quegli anni, caratterizzati da una rapida innovazione, manifestatasi sia attraverso un cambiamento degli indirizzi normativi sia tramite modifiche aventi ad oggetto la gestione operativa e l’organizzazione interna degli stessi intermediari.

Nel breve termine questi sviluppi avevano avuto un impatto positivo dal punto di vista del sistema finanziario nel suo complesso. Ciò, al contrario di quanto si possa pensare alla luce di un’analisi superficiale, aveva apportato benefici diretti anche ai cittadini ed alle imprese, che a fronte di maggiori profitti dei colossi della finanza potevano beneficiare di un accesso al credito pressoché illimitato.

L’altra faccia della medaglia, tuttavia, era rappresentata dall’impossibilità di controllare lo sviluppo complessivo dei mercati, nonché il progredire di strumenti finanziari di sempre crescente complessità (e quindi di difficile comprensione per l’investitore medio), generando un’instabilità sistemica e globale.

Ma procediamo con ordine.

Durante gli anni ’30, negli Stati Uniti, all’interno del piano di riforme economiche e sociali conosciuto come New Deal promosso dall’allora presidente Roosevelt nell’ambito di una politica di incentivazione all’acquisto di proprietà immobiliari da parte dei cittadini americani, fu creata un’agenzia para-governativa che prese il nome di Fannie Mae, il cui ruolo consisteva nell’acquistare i mutui immobiliari già erogati dalle banche, permettendo a queste ultime di concedere ulteriori finanziamenti senza attendere l’integrale restituzione del mutuo emesso.

Visto il successo ottenuto con questa operazione, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 furono create altre due agenzie dallo United States Department for Housing and Urban Development (Dipartimento della Casa e dello Sviluppo Urbano): Ginnie Mae e Freddie Mac. La prima delle due company appena citate è passata alla storia perché, oltre ad acquistare i crediti che le banche avevano nei confronti dei cittadini che usufruivano dei finanziamenti per l’acquisto di proprietà immobiliari, fu la prima a raggruppare tali attività in “pacchetti”, a fronte dei quali venivano emessi una serie di titoli, denominati mortgage backed securities (MBS), da collocare sul mercato finanziario. L’operazione appena descritta prende il nome di “cartolarizzazione” e permette, alla società che realizza tale attività, di vendere una serie di titoli sul mercato che frutteranno il rimborso del capitale, oltre ai relativi interessi, agli investitori che li acquisteranno.

Ma mentre le azioni e le obbligazioni comunemente collocate nei mercati finanziari si riferiscono, rispettivamente, ad una quota del capitale sociale (attribuendo la qualifica di socio) e ad una quota di un prestito (fornendo la qualifica di creditore), entrambi rapportati ad una determinata società, nel caso delle MBS non si ha un rapporto chiaro e diretto con il sottostante del titolo, e ciò perché il “pacchetto” di cui si è già accennato è costituito da un insieme di prestiti immobiliari. Di conseguenza il rimborso delle mortgage backed securities dipenderà dalla capacità dei soggetti che hanno avuto accesso al finanziamento bancario di ripagare le rate stabilite.

È facile capire come, prendendo le mosse da quanto appena detto, risulti di primaria importanza l’analisi del rischio creditizio svolto dalle banche sugli utenti che richiedono di accedere al finanziamento, in quanto se i debitori in futuro risulteranno insolventi, non saranno gli istituti bancari a sopportare le perdite, ma gli investitori che hanno acquistato i titoli a cui sono collegati i prestiti.

Ma la possibilità di distribuire le eventuali perdite ad un’ampia platea di soggetti che operano nel mercato, come può responsabilizzare le banche dal punto di vista dell’analisi precedente all’erogazione del credito? Proprio sulla base di questo quesito va inquadrata la situazione del mercato immobiliare americano durante i primi anni 2000, che spinta anche da una fortissima deregolamentazione normativa volta a facilitare ulteriormente l’accesso al credito per le famiglie americane, ha portato ad una crescita vertiginosa della domanda nei confronti dell’edilizia residenziale. A livello strettamente pratico, si arrivò ad un punto in cui le banche facevano di tutto pur di concedere prestiti, e sorrette dalla certezza di poter cartolarizzare successivamente il credito, non si curavano nemmeno di verificare la solvibilità dei soggetti a cui li erogavano.

Questo, insieme alla crescente complessità che accompagnò l’evoluzione dei prodotti cartolarizzati (si iniziarono a cartolarizzare i titoli prodotti da una cartolarizzazione precedente e cosi via dicendo, rendendo quasi impossibile capire quali fossero i crediti originari su cui si basava il prodotto), fu senza dubbio uno dei fattori principali attorno al quale crebbe in modo incontrollato la bolla immobiliare che caratterizzò la prima metà degli anni 2000, e che iniziò a dare i primi segni di cedimento intorno al 2005, quando la domanda di immobili cominciò a scendere e fece crollare i prezzi delle case. Non avendo più alcun interesse a rinegoziare e prolungare i finanziamenti ai debitori che ne facevano richiesta, pratica molto diffusa fino a quel momento, le banche iniziarono a richiedere ai titolari dei mutui delle rate insostenibili, provocando un incremento esponenziale dei tassi d’insolvenza.

Logicamente non poterono non ripercuotersi gravi conseguenze sul fragile sistema descritto in queste righe. Infatti, non appena si interruppero i flussi derivanti dalle rate dei mutuatari, gli MBS garantiti da quei sottostanti subirono drastiche perdite di valore, che hanno portato a perdite pari anche al 70-80% del valore in pochi mesi. E proprio Lehman Brothers, nonostante si trattasse di una banca d’affari che non erogava prestiti, fu l’intermediario che risentì maggiormente di tali perdite, a causa dell’elevato numero di mortgage backed securities iscritti a bilancio e posseduti all’interno dei propri portafogli.

Dal momento in cui il colosso americano dichiarò ufficialmente la propria insolvenza, la crisi che fino ad allora era rimasta circoscritta al territorio americano si espanse in modo epidemico a tutto il mondo occidentale, in particolare a causa dell’interconnessione del sistema bancario mondiale. Ciò comportò ingenti perdite per tutti i maggiori colossi bancari, costituendo l’anticamera della cosiddetta “crisi del debito sovrano europeo”, scoppiata ufficialmente nel 2011.

Roberto Santini