//A difesa dei nostri Btp: JP Morgan e Norges Bank non si lasciano influenzare dallo spread

A difesa dei nostri Btp: JP Morgan e Norges Bank non si lasciano influenzare dallo spread

Dalle dichiarazioni rilasciate lo scorso 11 ottobre a Il Sole 24 Ore  da Nick Gartside, capo della divisione reddito fisso e commodities  della nota banca di investimenti americana JP Morgan, è emersa con chiarezza l’intenzione di continuare ad acquistare Btp italiani, ignorando le preoccupazioni esternate da alcuni grandi fondi esteri, influenzati dal giudizio europeo sull’aggiornamento del DEF, nonché dal braccio di ferro che si profila all’orizzonte tra Roma e le istituzioni comunitarie.

A giudicare dalle affermazioni di Gartside, non sarà lo spread  a preoccupare il colosso americano, secondo il quale il differenziale tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi non salirà sopra i 400 punti. Al contrario, un suo innalzamento rappresenterà un’opportunità di guadagno: molti fondi internazionali, infatti, preoccupati da un eventuale abbassamento del rating  della penisola (attualmente di tripla b) sono portati ad eliminare dal proprio portafogli i titoli di Stato italiani. Per questa ragione, JP Morgan sottolinea come comprare Btp adesso significhi operare una scelta che si rivelerà vantaggiosa nel medio-lungo periodo, puntando dunque sulla tenuta del sistema finanziario italiano.

Non è lo spread, secondo Gartside, a poter condizionare così pesantemente il valore dei titoli di Stato ma la robustezza dei suoi fondamentali, come ad esempio bilancia commerciale ed avanzo primario. Il debito pubblico italiano certamente resta un fattore di fragilità per il nostro Paese ma la sua sostenibilità, per la multinazionale newyorkese, non appare in discussione.

JP Morgan, del resto, non è stato l’unico operatore finanziario internazionale ad esprimere fiducia verso i nostri titoli di Stato. Prima di Gartside era stato Slyngstad, amministratore delegato del più grande fondo sovrano del mondo, il Norges Bank Investment Management (gestito da un ramo della banca centrale norvegese dedicato agli investimenti). Secondo Slyngstad, nonostante gli attuali contraccolpi di mercato, le basi per continuare ad investire in Italia non saranno lese fino a quando i titoli rimarranno investment grade  e non scenderanno nella classifica al livello di junk bond  (titoli spazzatura dall’alto rendimento ma ad altissimo rischio). Il parere del fondo sovrano norvegese risulta particolarmente rilevante per la sua esposizione nell’economia italiana: a fine 2017 aveva infatti partecipazioni in 127 diverse società, per un ammontare di 11,3 miliardi di dollari. Tra queste compaiono anche ENEL, Unicredit, ENI, Intesa San Paolo, Generali, Juventus, Ferrari e Luxottica (per citare le più conosciute). Il colosso norvegese possedeva inoltre 5,9 miliardi fra buoni del Tesoro e corporate bond  italiani.

La fiducia sulla tenuta del nostro sistema finanziario è stata rafforzata inoltre dalle dichiarazioni del ministro dell’Economia statunitense Steven Mnuchin, il quale, a margine del meeting FMI di Bali dello scorso 11 ottobre, ha affermato che l’Italia non rappresenta un fattore di rischio e che alcuni fondi americani stanno aumentando l’acquisto di Btp. A proposito di Stati Uniti, è invece Gunter Oettinger, commissario al bilancio dell’eurozona, a focalizzare l’attenzione e le preoccupazioni sul cambio euro-dollaro più che sulle politiche nazionali italiane. Secondo Oettinger, infatti, tutte le energie andranno spese per approvare il bilancio comunitario prima delle elezioni europee.

Nelle prossime settimane potremo quindi assistere agli sviluppi della querelle  tra Unione Europea ed Italia, con quest’ultima che dovrà presentare entro il 20 ottobre il disegno di Legge di Bilancio per il 2019, cruciale banco di prova per il governo. Nonostante le preoccupazioni europee sulla manovra, i segnali di sostegno provenienti da Oltreoceano lasciano ben sperare: è fuor di dubbio che dietro al dibattito economico si celino in realtà partite geopolitiche più complesse, con Washington decisa a far arretrare l’asse franco-tedesco. Un frangente simile offre a Roma dei significativi margini di manovra su molti dossier, dall’allentamento dell’austerità fino alla difesa dei propri interessi nell’area del Mediterraneo allargato.

Michel Baggieri