//Non solo debito pubblico. Come il risparmio privato tiene a galla l’economia italiana

Non solo debito pubblico. Come il risparmio privato tiene a galla l’economia italiana

Esiste un’idea incompleta di analisi del fattore debito: parametrare lo spettro di ricerca solo ed esclusivamente sul debito pubblico, dimenticando il delicatissimo ruolo svolto per il sistema Paese da quello privato. La cronaca economica odierna offre spunti di riflessione stimolanti, permettendo di analizzare due casi di Stati aderenti al Trattato di Maastricht, Italia e Regno Unito, oggi al centro del dibattito europeo a causa, rispettivamente, delle manovre economiche espansive e delle procedure di uscita dal sistema UE. In tale ottica, gli opposti indici economici di Roma e Londra negli anni che precedettero la firma del Trattato di Maastricht evidenziano la centralità del debito privato nella sostenibilità del sistema economico.

Il Trattato di Maastricht stabilisce (art 104 c) che «Gli Stati membri dovranno evitare eccessivi deficit pubblici», come definiti nell’allegato Protocollo sulle procedure relative ai deficit eccessivi. Bisogna però rilevare che non è fornita alcuna definizione precisa per stabilire con precisione quando il livello di deficit possa essere considerato eccessivo.

È infatti assente qualunque riferimento sia a specifici problemi di servizio del debito sia ad una qualche misura della “ricchezza netta” eventualmente negativa del settore pubblico. Il Trattato stabilisce, invece, che la disciplina in fatto di bilancio pubblico (l’evitare cioè deficit eccessivi) sia data dal rispetto di due valori di riferimento: meno del 3% per il rapporto tra deficit pubblico annuale e Pil, e meno del 60% per il rapporto tra lo stock di debito pubblico e il Pil. Non vi è, come abbiamo avuto già modo di dimostrare in precedenti articoli, nessuna teoria particolare dietro questi valori, ma è opinione largamente condivisa che la loro rilevanza derivi dal fatto che il 60% è la media degli ultimi anni del rapporto debito/Pil dei Paesi CEE, mentre il tetto massimo del 3% è il valore del rapporto deficit/Pil consistente nella stabilità di un valore debito/Pil pari al 60% nel caso di un tasso di crescita stabile del Pil nominale pari al 5%.

Il criterio in base al quale considerare o meno eccessivo un debito pubblico per Maastricht è, infatti, del tutto indipendente dalle condizioni del debito privato, che nel Trattato non è neanche menzionato. La teoria implicita negli accordi di Maastricht è quella secondo cui solo il Governo può sbagliare generando deficit eccessivi, mentre individui privati razionali non commetterebbero mai l’errore di contrarre un debito per loro insostenibile. Meglio ancora: la contrazione del debito da parte dello Stato cagiona maggiori danni all’equilibrio del mercato rispetto a quella operata dal settore privato, onde per cui il primo deve scongiurare l’opportunità costituita per il secondo, secondo l’usuale metafora del bilancio familiare a cui il buon padre di famiglia deve badare.

È possibile valutare i problemi posti da una crescita eccessiva del debito pubblico, oppure di quello privato, esaminando due casi estremi di inizio anni ‘90 – periodo a partire dal quale dare il là agli accorgimenti concordati a Maastricht –  costituiti dall’Italia e dal Regno Unito: due Paesi che hanno avuto uno sviluppo del debito totale molto simile, ma un andamento delle due componenti che lo costituiscono del tutto opposto. L’Italia è stata, all’interno dei principali Paesi maggiormente industrializzati, quello che ha registrato il maggiore incremento del rapporto tra debito pubblico e Pil, e il minore incremento nel debito privato (delle famiglie come delle imprese).

Il Regno Unito, all’opposto, ha avuto la maggiore riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil e, contemporaneamente, il maggior incremento del debito privato. Nel caso dell’Italia, si è verificata una crescita del debito pubblico continua e superiore a quella del Pil, che si è di conseguenza riflessa in un progressivo aumento del rapporto tra debito pubblico e Pil, passato in dieci anni (dopo il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro del 1981) dal 50% a oltre il 100%. Il settore privato ha conservato però un alto tasso di risparmio, circostanza che ha permesso che il finanziamento del deficit pubblico avvenisse per lo più all’interno del Paese. La maggior parte del debito pubblico è ancora oggi, infatti, posseduta dal settore privato nazionale e cittadino. La forte richiesta di titoli di Stato da parte delle famiglie italiane è stata sostenuta ed alimentata sia dall’elevato rendimento offerto da questi ultimi sia dal favorevole trattamento fiscale loro riservato. Gli interessi pagati sul debito pubblico affluiscono, perciò, al settore privato nazionale e incrementano il suo reddito disponibile. Ne risulta un livello dei consumi privati maggiore di quello altrimenti possibile.

L’economia del Regno Unito ha registrato andamenti di tipo diametralmente opposto. Il bilancio pubblico fin dalla metà degli anni 80 è stato posto sotto controllo, generando un surplus. Questi successi dal lato del bilancio pubblico sono stati però accompagnati da un’esplosione dell’indebitamento privato. L’accumularsi del debito privato ha condotto a un tasso d’indebitamento crescente rispetto al capitale ed a crescenti oneri finanziari rispetto al reddito. Il settore privato si è trovato con un servizio del debito che riduceva il reddito primario disponibile; c’è quindi stato un rallentamento della domanda interna, che si è ulteriormente ridotta con i tentativi di ridurre l’onere del debito posti in essere dal settore privato. La conseguenza di tutto ciò è stata una recessione originatasi dal lato della domanda come effetto della riduzione dei consumi da parte di famiglie e imprese, nel tentativo di risanare i propri bilanci e migliorare la propria situazione debitoria.

Ora, il vincolo fondamentale cui sono sottoposte le politiche macroeconomiche è il saldo di parte corrente della bilancia dei pagamenti. Per un dato livello di competitività, politiche espansive si rifletteranno in un aumento del deficit corrente che accrescerà in questo modo l’indebitamento estero. Se si pone un limite ad esso, la politica economica messa in atto tenderà ad alternare due diversi mix  di politica economica: quello tight budget and easy money, costituito da una politica monetaria espansiva e da un orientamento fiscale restrittivo, e quello di easy budget and tight money, costituito cioè da una politica fiscale espansiva e da un orientamento monetario restrittivo.

Nel primo caso, l’espansione monetaria conduce a un debito privato crescente, mentre nel secondo aumenta soprattutto il debito pubblico. È quindi a causa di questo vincolo della bilancia dei pagamenti che una politica monetaria restrittiva produrrà il cosiddetto crowding-out  del debito privato da parte del debito pubblico. Si può per ciò assumere che sia questa la logica che sottostà all’insistenza sui limiti del deficit pubblico. Le regole di Maastricht hanno quindi il fine di sostituire la disciplina imposta, fino al 1992, dalla bilancia dei pagamenti.

Se si accetta il principio secondo il quale l’effettivo limite macroeconomico è posto dal vincolo estero (un Paese può avere tutto il debito che i creditori esteri gli permettono di avere), allora si deve accettare anche l’ulteriore implicazione che è il debito totale, e non solo quello pubblico, a essere vincolato. Se è rilevante solo il debito estero, allora la distinzione tra debito pubblico e debito privato perde ogni rilevanza e si dovrebbe fare riferimento esclusivamente al bilancio nazionale risultante dal consolidamento dei conti dello Stato e di quelli del settore privato. Questo implica però – quindi – che qualunque aumento del debito pubblico può essere o no eccessivo solo in relazione al contemporaneo sviluppo del debito privato. Secondo la logica di Maastricht, debiti pubblici eccessivi vanno evitati, ma essi devono, prima di tutto, essere definiti in quanto tali, e ciò non sembra possibile se non si fa riferimento al complessivo stato patrimoniale di ciascun Paese.

Dario Stefano Lioi