//Non solo Pireo. Atene tra crisi e privatizzazioni

Non solo Pireo. Atene tra crisi e privatizzazioni

Le elezioni europee del prossimo maggio non sono l’unico appuntamento elettorale del 2019 in grado di incidere sul futuro del continente. In autunno la Grecia sarà chiamata alle urne per scegliere il nuovo Parlamento, in un tessuto socio-economico ancora drammaticamente segnato dalla crisi e dalla mancanza di solidarietà continentale, fattori che incideranno pesantemente sul risultato elettorale. Certamente le dimensioni dell’economia ellenica non sono tali da potersi imporre sulle politiche dell’Unione, ma il voto greco assumerà un preciso valore simbolico e d’indirizzo.

I dati sulla crisi greca dal 2008 ad oggi sono eloquenti. Nell’ultimo decennio un milione di persone ha lasciato il Paese, con i giovani che rappresentano circa la metà degli emigrati, mettendo una fosca ipoteca sul futuro ellenico. Inoltre, nonostante l’enfasi mediatica sul costante calo della disoccupazione (scesa nel 2018 sotto il 20%) ed anche non considerando l’ovvio impatto dell’emigrazione, ove si considerino gli inattivi si può vedere come gli occupati in Grecia non arrivino al 60%, rendendo Atene fanalino di coda in ambito europeo.

Lo stesso Pil greco, in costante recessione dal 2009, è tornato a crescere soltanto nel 2017 (nel 2016 l’incremento era vicino allo zero), segnando un +1,4%. Un cambio di rotta che necessiterà di anni prima di incidere significativamente sulla ripresa. Intanto un quinto dei greci vive in condizione di povertà, con il potere d’acquisto diminuito di circa il 30% dall’inizio della crisi.

Numeri, questi, che basterebbero da soli a mostrare gli effetti dell’austerità imposta ad Atene, a cui si aggiungono criticità di carattere strategico in materia di infrastrutture, sia a causa della drastica diminuzione della spesa pubblica sia, soprattutto, per le numerose acquisizioni operate da aziende straniere.

In questo campo la Grecia è stata terra di conquista per le principali economie, europee e non. La stessa Italia ha compiuto nel Paese ellenico alcune importanti operazioni, a cominciare dall’acquisizione nello scorso anno di Desfa, l’azienda che realizza infrastrutture per l’estrazione e la distribuzione di gas naturale. Una cordata composta dall’italiana Snam, dalla spagnola Enagas e dalla belga Fluxys si è aggiudicata i due terzi dell’impresa per 535 milioni di euro, ripartiti però in modo non paritario (alla Snam è andato il 60%, mentre le altre due si sono divise equamente le quote restanti).

Un’altra acquisizione significativa era stata portata a compimento nel gennaio del 2017, quando Ferrovie dello Stato si era aggiudicata la proprietà di Trainose, la società ferroviaria ellenica per la quale l’Hellenic Republic Asset Fund aveva accettato da FS un’offerta da 45 milioni di euro. Il Gruppo Ferrovie dello Stato ha poi comprato pochi mesi fa il 100% delle azioni di EESTY (Rosco), l’azienda che si occupa della manutenzione dei treni, con un esborso di 22 milioni di euro. FS ha così consolidato la propria posizione in Grecia, dove ha assunto il ruolo di operatore leader nel settore ferroviario.

Se Roma ha approfittato della debolezza dello Stato ellenico, Berlino non è certo rimasta a guardare. Basti pensare alle diverse ondate di privatizzazioni degli aeroporti greci: si è iniziato nel 2015 con l’acquisizione di 14 scali da parte della tedesca Fraport (tra cui quelli di Creta, Corfù, Mykonos e Salonicco) e si è proseguito nell’estate 2017 con la cessione del 40% delle azioni dell’aeroporto di Atene ad AviAlliance. Nella primavera del 2017 un consorzio formato da tedeschi, francesi e ciprioti si è aggiudicato circa i due terzi azionari del porto di Salonicco, uno dei più redditizi del Paese.

Parlando di acquisizioni non si può non citare quella più nota: la cessione del porto del Pireo alla società cinese Cosco, che dal 2016 ne detiene il 67% delle quote, rendendo la Grecia la principale testa di ponte in Europa per le Nuove Vie della Seta.

Il fatto che tra la fine del 2018 e l’inizio del nuovo anno sia scattato l’allarme circa una possibile svendita di numerosi monumenti, la dice lunga sulla fragilità dell’economia ellenica e sulla rassegnazione della classe politica. Il prossimo 20 agosto Atene uscirà dal programma di aiuti in condizioni tutt’altro che salutari, con un’economia reale in frantumi e le infrastrutture strategiche in mano ad altri attori internazionali, spesso suoi creditori. La Grecia è dunque ben lontana da poter ripartire e lo sfondo dietro alle prossime elezioni di autunno non fa che presagire ulteriori destabilizzazioni in ambito europeo, peraltro innescate in un tornate già estremamente precario. 

Marco Valerio Solia