//Roma-Pechino, cosa cambia con la firma del MoU

Roma-Pechino, cosa cambia con la firma del MoU

Lo scorso 23 marzo, come è noto, il presidente cinese Xi Jinping ed il premier italiano Giuseppe Conte hanno firmato a Roma il Memorandum of Understanding (MoU), storico passo in avanti nella strategia di Pechino per sviluppare gli ambiziosi progetti delle Nuove Vie della Seta.

Il testo illustra le nuove linee guida della cooperazione tra Italia e Cina (29 tra accordi e intese bilaterali), articolandosi in dieci punti principali di collaborazione economica. Palazzo Chigi e Quirinale sono concordi nell’esprimere soddisfazione per il rafforzamento delle relazioni industriali e finanziarie con il dragone asiatico, facendo però attenzione a non superare la “linea rossa” rappresentata dal vincolo transatlantico, con Washington preoccupata che una collaborazione significativa con Pechino possa avere ripercussioni strategiche indesiderate.

L’impatto economico non è ovviamente ancora calcolabile con precisione ma, considerando anche l’indotto, si parla di un potenziale di circa 20 miliardi di euro. Gli investimenti riguarderanno i principali colossi italiani, con ENI, Ansaldo, Terna, Intesa Sanpaolo, SNAM, CDP in prima fila. A godere dei benefici sarebbe ovviamente anche la filiera di piccole e medie imprese che gira intorno ai comparti dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti e del settore finanziario.

In quest’ultimo settore, ad esempio, sono eloquenti le mosse della Bank of China (Boc), che ha già autorizzato Cassa Depositi e Prestiti ad emettere i cosiddetti “panda bond” per un valore di 650 milioni di euro. Si tratta di titoli obbligazionari cinesi finalizzati a fornire liquidità alle imprese italiane che operano nel Paese asiatico.

Approfittando della firma del MoU, Ansaldo Energia e China United Gas Turbine Company (UGTC) hanno approfondito la collaborazione tecnologica nel settore delle turbine a gas “heavy duty”, impiegate su larga scala, dal settore industriale a quello aeronautico e militare.

Capitolo cruciale è quello dei porti, osservato speciale per l’attenzione che Pechino ha dimostrato verso Trieste e Genova, snodi logistici d’importanza strategica per gli scambi nel Mediterraneo, con la Cina intenzionata ad investire nel potenziamento dei due scali. Nel capoluogo ligure il gruppo China Communications Construction ha stretto solide relazioni con l’Autorità portuale. L’obiettivo è quello di realizzare (in seguito al crollo del Ponte Morandi) una diga dal costo di un miliardo di euro, insieme al miglioramento logistico del retroporto genovese. Per quanto riguarda Trieste, le previsioni sarebbero ancora più rosee, visto il suo intersecarsi con ben due linee infrastrutturali Ten-T (Trans European Networks-Transports) e la funzione di cerniera logistica verso la Mittleuropa. Non a caso Pechino è intenzionata a sviluppare il porto adriatico, che in prospettiva assumerebbe valore strategico per i disegni commerciali cinesi nel continente.

L’accordo sino-italiano ha però interessato molti altri ambiti. Da un protocollo d’intesa per la collaborazione tra startup alla lotta all’evasione fiscale, passando per agricoltura, sanità e beni culturali, il Memorandum ha aperto numerosi spazi di attività congiunte. D’importante valore simbolico è stata la restituzione alla Cina di quasi 800 reperti archeologici, a testimoniare il valore anche culturale dietro la collaborazione tra i due Paesi. Ad ogni modo il tempo mostrerà quali saranno effettivamente le ricadute dell’intesa sia a livello economico che infrastrutturale. Ciò che è certo, è che l’Italia debba ampliare i propri margini di manovra, approfittando della felice posizione geografica, molto spesso decantata ma non sempre sfruttata a dovere. Per Roma, infatti, recuperare peso contrattuale in sede internazionale significa (anche) passare per Pechino.

Michel Baggieri