//Italiani con la valigia. I numeri della nuova emigrazione

Italiani con la valigia. I numeri della nuova emigrazione

«Per l’Italia non vedo un futuro, per gli italiani ne vedo uno brillante». Sono passati molti anni da quando Indro Montanelli pronunciò una sentenza divenuta presto un classico. La distinzione tra il destino di un Paese, tutt’altro che roseo secondo il giornalista toscano, e la realizzazione professionale (all’estero) dei suoi abitanti rende ancora più amara l’esperienza dell’emigrazione per i nostri connazionali, costretti a scegliere tra il raggiungimento delle proprie aspirazioni di vita e la permanenza nella terra di origine.

Numeri, quelli dell’emigrazione italiana, sempre più eloquenti, che richiedono politiche energiche, in grado di arginare un fenomeno estremamente rischioso per il sistema Paese. Nel 2017 gli italiani che hanno deciso di espatriare, secondo il dossier realizzato congiuntamente dal “Centro Studi Idos” e da “Confronti”, raggiungerebbero quota 285.000, cifra che ricorda i livelli del secondo dopoguerra.

L’Istat parla invece di oltre 128.000 connazionali espatriati: tale differenza è imputabile al fatto che l’istituto di ricerca italiano si limita ai soli iscritti (a fine di espatrio) all’AIRE, l’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero. Ovviamente non tutti coloro che lasciano la penisola avvertono la necessità di tale iscrizione, con la conseguenza che i trasferimenti sono nettamente maggiori rispetto a quelli comunicati ufficialmente (secondo Idos tra le 2,5 e le 3 volte).

I dati AIRE sono comunque indicativi: dal 2006 ad oggi gli italiani iscritti sono aumentati di quasi due terzi, passando dai 3,1 milioni ai 5,1 del 2018 (la metà dei quali, appunto, per motivi di espatrio), dato che rende bene l’idea del salasso demografico che stiamo attraversando.

Altri tasselli da tenere in considerazione sono quelli dei rimpatri, cioè di quegli italiani che decidono di cancellarsi dall’AIRE per tornare a risiedere nella penisola: secondo il “Rapporto italiani nel mondo 2018”, realizzato dalla Fondazione Migrantes, si tratta di circa 47.000 persone nel 2018, di oltre 42.000 nel 2017 e di quasi 38.000 nel 2016. Parallelamente, un’altra voce da analizzare è quella dei cosiddetti “nuovi italiani”. Degli oltre 675.000 stranieri naturalizzati in Italia tra il 2012 ed il 2016, 25.000 hanno lasciato il nostro Paese nello stesso arco di tempo.

L’età degli expat? Di quelli ufficialmente registrati nel 2018 il 19,2% era minorenne, la fascia 18-34 anni occupava il 37,4%, mentre sopra i 50 anni si collocava il restante 43,4%. Elemento, questo, evidenziante le note difficoltà di reinserimento professionale sopra una certa età, che spinge molti connazionali a cercare fortuna altrove.

Curiosamente il 70% di chi parte proviene da regioni del Centro-Nord: sin dal 2007 quest’area geografica ha superato il Mezzogiorno, senza che ciò significhi una diminuzione della sperequazione economica che affligge il nostro Paese. Il dato, oltre ovviamente alle differenze di popolazione, si spiega facilmente, a cominciare dalla migrazione interna, che vede molti, soprattutto giovani, abbandonare le regioni meridionali per il Nord. A questo si aggiunge il costante calo demografico, maggiormente avvertito proprio nel nostro Meridione.

Per quanto riguarda il livello d’istruzione, gli italiani residenti all’estero nel 2017 erano per il 31,7% laureati e per il 34,3% diplomati (dati Istat), a dimostrazione dell’alto grado di formazione detenuto dagli italiani che decidono di emigrare.

Per limitare i danni occorre rilanciare occupazione, investimenti e ricerca, affinché gli italiani non siano costretti a far fruttare all’estero le conoscenze e le competenze acquisite in Patria. L’invito, molto spesso rivolto alle istituzioni e poco ascoltato, è quello di “fare sistema”, così da tutelare i nostri connazionali ed impedire la perdita di un tale patrimonio umano.

Marco Valerio Solia