//Tra crisi e mancanza d’investimenti, il Servizio Sanitario Nazionale compie 40 anni

Tra crisi e mancanza d’investimenti, il Servizio Sanitario Nazionale compie 40 anni

Nel dicembre 1978 veniva istituito, per volere dell’allora Ministro della Sanità Tina Anselmi, il Servizio sanitario nazionale (SSN), che sostituì il precedente Sistema sanitario mutualistico. Il SSN, per usare le parole di Walter Ricciardi (presidente dell’Istituto Superiore di Sanità), «ha rappresentato una svolta cruciale, […] una tappa dell’evoluzione della democrazia nel nostro Paese». Il Servizio sanitario nazionale è stato infatti per molti anni una delle eccellenze italiane in termini di efficienza dei servizi prestati ed accessibilità, costituendo il primo sistema  in grado di garantire l’accesso universale alle cure.

Il suo impatto sulla qualità della vita nel nostro Paese è stato fondamentale, basti pensare che dalla sua istituzione ad oggi l’aspettativa di vita è salita dai 69,12 anni del 1970 fino agli 82,54 anni attuali. Il dato rende meglio se paragonato a quello degli Stati Uniti, dove a fronte di un’aspettativa di vita pari a 69,77 anni del 1970, quella odierna si ferma a 78,69 anni.

Il sorpasso dell’aspettativa di vita in Italia va attribuito anche alla fondamentale differenza esistente tra il SSN italiano ed il sistema sanitario statunitense: quest’ultimo, privatistico, non prevede una sanità gratuita e, di conseguenza, le spese restano a carico dei privati (di tasca propria o surrogate dalle compagnie assicurative). Dunque, negli Usa chi non è coperto da assicurazioni private e non può far fronte alle spese sanitarie o rientra tra coloro che possono beneficiare delle politiche mutualistiche governative oppure non ha accesso alle cure (i soggetti non muniti di assicurazione sono tra i 30 ed i 40 milioni).

Il nostro SSN, un tempo ai primi posti per qualità ed efficienza dei servizi prestati, non gode però di ottima salute: ad evidenziarlo sono gli studi e le analisi presentate in occasione del quarantennale dalla sua istituzione. Ciò nonostante l’ultima classifica pubblicata da Bloomberg colloca l’Italia al terzo posto per qualità del servizio sanitario, ma il dato, a ben vedere, non è del tutto indicativo: l’agenzia, infatti, per stilare la classifica mette in rapporto l’aspettativa di vita con i soldi stanziati dal Paese per la sanità. L’Italia dal canto suo ha un’aspettativa di vita alta, quindi anche a fronte di bassi investimenti, Roma schizza sul gradino più basso del podio. Più indicativa è invece l’euro health consumer index, indice di qualità della sanità in Europa.  Esso valuta parametri come tempi d’attesa, affidabilità delle cure ed efficienza. Nell’ultima classifica stilata l’Italia si colloca al ventiduesimo posto su 37 ma il dato più preoccupante è rappresentato dalla perdita di ben 11 posizioni in soli dieci anni.

Principale responsabile del crollo di qualità del SSN è senz’altro da individuare nei continui tagli che i governi da quindici anni a questa parte stanno approntando alla spesa per la sanità, la quale, insieme al settore previdenziale, rappresenta la voce di spesa preferita per diminuire la spesa pubblica. Mentre fino al 2005 la spesa pubblica aumentava del 7,4% l’anno, diminuita al 3.1% al 2010, nel 2016 (anno cui si riferiscono gli ultimi dati elaborati dalla Ragioneria di Stato) la variazione è andata in negativo, toccando il -0,1%.

Di conseguenza, il peso della spesa sanitaria rispetto al Pil nel 2016 si attestava al 6,5% nel 2018, al 6,4% nel 2019 e scenderà al 6,4% nel 2020. Nel 2012, invece, in piena crisi economica, la percentuale si attestava sul 7,2%. La flessione è importante e drammatica perché secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) il 6,5% del Pil rappresenta la soglia minima affinché un Paese possa garantire un sistema sanitario efficiente ed accessibile. L’Italia insomma rischia di non riuscire più ad offrire una sanità di livello accettabile.

Le conseguenze dei tagli sono ancora più evidenti se raffrontate con le spese degli altri Paesi europei (l’Italia in Europa si colloca solo al dodicesimo posto). La differenza, inoltre, risulta più netta se confrontata alla spesa media procapite dei principali Stati dell’Eurozona: 2.261 euro quella italiana contro i 3.509 euro e i 4.020 euro spesi rispettivamente da Francia e Germania.

Effetti immediati del taglio alla spesa sanitaria sono una minor efficienza del SSN e, soprattutto, una disparità sempre più marcata tra Nord e Sud del Paese. Nello specifico in 40 anni il numero dei posti letto si è più che dimezzato (passando da una capacità di circa 500.000 agli attuali 200.000), gli ospedali si trovano in una cronica carenza di personale (ad esempio nel Lazio ci sono 13 medici ogni 10.000 abitanti a fronte dei 26 della Sardegna), strutture sempre più obsolete stante la perenne mancanza di fondi per rinnovare attrezzature e strumentazioni.

Fenomeno conseguente, decisamente preoccupante e che evidenzia la disparità tra le diverse parti della penisola, è rappresentata dall’aumento dei ricoveri fuori regione, ossia casi in cui i residenti in regioni più povere emigrano al Nord solo per ricevere cure di qualità. Rimangono, pur nel non roseo quadro tracciato, regioni che continuano a rappresentare punte di elevata qualità ed efficienza, come ad esempio l’Emilia Romagna, la quale, grazie anche a procedure di digitalizzazione ed informatizzazione del servizio sanitario o distribuzione delle risorse in base all’efficienza, riescono ad abbattere tempi di attesa per gli interventi ed a garantire un servizio all’altezza.

In conclusione, la sanità rappresenta un’ottima cartina di tornasole per valutare sia la democraticità di un Paese sia la sua vicinanza al cittadino. Il SSN, per decenni esempio a livello mondiale, a causa di tagli e mancanza di investimenti sta scendendo sempre di più nelle classifiche, con gravi ripercussioni sulla salute degli italiani. Bisogna sperare che lo Stato torni ad investire sulla sanità garantendo l’universalità delle cure e bloccando qualsiasi tentativo di privatizzazione.