//Luglio, ENI pigliatutto in Nord Africa e Medio Oriente

Luglio, ENI pigliatutto in Nord Africa e Medio Oriente

Luglio è stato un mese straordinariamente profittevole per l’Ente Nazionale Idrocarburi, che ha ottenuto notevoli successi in diverse aree del globo, nonostante i processi di riconversione energetica e le ricorrenti turbolenze geopolitiche che attanagliano alcune regioni chiave nella produzione di energia da fonti fossili.

La visita in Libia dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, che lo scorso mercoledì ha incontrato a Tripoli il presidente del GNA al-Sarraj ed il suo omologo alla guida della National Oil Corporation Mustafa Sanalla, ha chiuso un mese denso di avvenimenti per l’ente petrolifero italiano, protagonista attivo nel tutelare i nostri interessi nazionali, in primis nel Nord Africa e nel Medio Oriente allargato.

In una città alle prese con l’ennesimo assedio condotto dalle truppe di Haftar (le cui probabilità di riuscita sono però scarse), con Roma che mantiene aperta l’unica ambasciata straniera nel Paese e con la consapevolezza di essere il primo fornitore di gas per il mercato libico, l’ENI ha voluto confermare la stabilità della propria presenza, puntando sulle rinnovabili e sull’aumento della produzione.

Proprio l’introduzione di solare ed eolico (per la prima volta nel Paese arabo) al fine di soddisfare la richiesta locale di energia elettrica è stata al centro dei colloqui di mercoledì, che hanno riguardato anche il completamento del progetto WIGC (Wafa Inlet Gas Compression), un giacimento di gas naturale attivo ormai da 15 anni, la cui proprietà è targata MOB (Mellitah Oil & Gas, una joint venture tra ENI e NOC). Si è inoltre fatto il punto sull’importante giacimento offshore di Bahr Essalam, il cui completamento della “fase 2” ha ulteriormente evidenziato la centralità dell’ENI nella “quarta sponda”: si tratta infatti del più grande giacimento esistente sotto le acque territoriali libiche, prezioso sostegno per il fabbisogno energetico locale.

La Libia rappresenta uno degli esempi più emblematici del ruolo giocato dall’ente di Stato sullo scacchiere mediterraneo, ma non si tratta certo di un caso isolato. Proprio a inizio luglio, Descalzi aveva fatto tappa in Tunisia, dove, insieme al ministro dell’Industria Slim Feriani ed al primo ministro Youssef Chahed, aveva sottoscritto il nuovo accordo che attribuisce all’ENI il controllo per altri 10 anni dello strategico gasdotto trans-tunisino. Tale infrastruttura permette il transito del gas algerino verso il nostro Paese ed è gestita dall’ENI tramite la controllata TTPC (Trans Tunisian Pipeline Company).

La stessa Algeria, alle prese con la difficile transizione del post Bouteflika, non è mai uscita dai radar del Cane a sei zampe. Il 6 luglio (appena due giorni dopo l’intesa con il governo tunisino), sempre l’amministratore delegato di ENI aveva incontrato ad Algeri il suo omologo della Sonatrach, la compagnia di Stato algerina con cui l’ente italiano sta collaborando per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas di Berkine. Va sottolineato come nel Paese rivierasco l’ENI rappresenti il principale attore internazionale in ambito energetico (sui rapporti tra Italia ed Algeria, Polikós aveva già dedicato un approfondimento).

Le frizioni italo-egiziane sul caso Regeni e le sensibili differenze in merito alla crisi libica non hanno impedito all’ENI di continuare una positiva collaborazione con Il Cairo, che nel mese appena trascorso ha fatto registrare nuovi risultati positivi. Nei giorni scorsi, infatti, è stata avviata la produzione onshore del giacimento petrolifero “South-West Meleiha”, scoperto nel 2018 e situato nel deserto. Vicino alle risorse di greggio già individuate sono stati trovati inoltre due nuovi giacimenti, che lasciano ben sperare sulla ricchezza di queste concessioni.

Detentrice di Meleiha è AGIBA, una joint venture controllata al 50% da EGPC (Egyptian General Petroleum Corporation) e dalla IEOC (International Egyptian Oil Company, società di proprietà dell’ENI la cui fondazione risale addirittura ad Enrico Mattei). Una nuova scoperta, questa volta di gas, è stata poi effettuata nel Delta del Nilo (in una concessione assegnata nel 2018), mentre, sempre per quanto concerne l’oro nero, perforazioni con esito positivo hanno avuto luogo ad Abu Rudies, nel golfo di Suez.

Libia, Tunisia, Algeria ed Egitto non esauriscono però le mosse dell’ENI nel MENA. Altre tre operazioni meritano la massima attenzione. A cominciare dall’acquisizione dei diritti per il “Blocco 77” omanita: nel Sultanato arabico, ENI e British Petroleum hanno infatti sottoscritto insieme a Muscat un “Exploration and production sharing agreement”, con cui si aggiudicano (ciascuna al 50%) i diritti di perforazione e produzione del sopracitato Blocco 77, situato nella parte centrale del Paese.

Di enorme importanza il sodalizio venutosi a creare con gli Emirati Arabi Uniti: l’ENI si è aggiudicata il 20% di Abu Dhabi National Oil Company – Refining. Grazie all’ingresso (in contemporanea ad una compagnia austriaca che ha acquisito il 15% delle quote) in ADNOC l’ente italiano aumenterà di oltre un terzo la propria capacità di raffinazione del greggio.

Last but not least, sempre in luglio ENI e Total hanno ricevuto l’autorizzazione di Nicosia per esplorare il Blocco 7 della Zona Economica Esclusiva di Cipro. In passato non erano mancate pericolose frizioni su questo punto con Ankara: come è noto, nel febbraio dello scorso anno navi da guerra turche avevano impedito le ricerche offshore proprio dell’ENI, vista la pretesa di sovranità della parte turco-cipriota dell’isola. Con Roma e Parigi divise su numerosi dossier, la collaborazione italo-francese in acque cipriote potrebbe aiutare una piccola distensione tra le due nazioni latine.

Marco Valerio Solia