//Legge di Bilancio 2020: un’altra occasione mancata?

Legge di Bilancio 2020: un’altra occasione mancata?

Il nuovo governo si accinge a varare la Legge di Bilancio 2020. Anche questa volta, a quanto pare, l’obiettivo primario della manovra finanziaria non sarà quello della crescita economica ma del contenimento della spesa pubblica.

Sterilizzazione delle clausole di salvaguardia per impedire l’aumento dell’IVA dovuto alle regole sul disavanzo dello Stato, cura del perseguimento costante di una condizione di avanzo primario – che tradotto significa più entrate e meno spese -, attenzione al contenimento del deficit pubblico ed al rispetto dei parametri europei, rischiano di rincarare il già folto gravame di imposizione fiscale per famiglie, lavoratori ed imprese.

Sottolineare, come ha fatto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il carattere redistribuivo della manovra desta fondate perplessità dettate da un fattore: la redistribuzione di un enorme gravame generato dall’impossibilità di controllo delle leve fiscali e monetarie non scosta di un solo decimale l’incidenza negativa sul PIL, anzi, certifica lo stato dell’arte.

Il corto respiro che la politica economica riesce a produrre ingenera un distorto effetto placebo su quella che ormai la letteratura scientifica definisce, come ricordava pochi anni fa il Prof. Fabio Sdogati del Politecnico di Milano, non già recessione, bensì stagnazione. Il nuovo presidente della BCE Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale e prima responsabile, assieme al pentito capo economista della medesima istituzione Olivier Blanchard, del caso di studio sui moltiplicatori dell’austerità in Grecia, non parla di stagnazione ma di mediocrità del ciclo economico.

Un espediente lessicale che al fine riporta il punto al dato di fondo: l’economia italiana, e più ancora europea, sembra correre a passo di lumaca lungo un encefalogramma piatto delle produttività nazionali, che vede proseguire le draconiane cure per mantenere in vita il paziente senza risvegliarlo dal coma trentennale, aggravato dalla crisi finanziaria del debito privato ingenerata nel 2007 e trasformatasi nel 2011 in crisi dei debiti sovrani dell’area euro. 

Nonostante ciò, pare siano pronte le famose letterine di ammonimento della Commissione Europea riguardo alla riduzione del debito pubblico italiano. Non crescita ma tagli. Gli auspici fatti dal premio Nobel Joseph Stiglitz (nella seconda edizione Einaudi del suo volume dedicato alla crisi della moneta unica) per delle politiche espansive, volte ad allargare i cordoni della spesa pubblica ed alla riduzione delle tasse così da combattere disuguaglianze ed incentivare la crescita, paiono essere cadute anche stavolta nel vuoto, nonostante un clima di evidente scontentezza si sia fondamentalmente materializzato – in Italia e non solo – nelle ultime elezioni per il Parlamento Europeo.

Ad inasprire le nostre difficoltà si è poi aggiunta la politica protezionistica degli Stati Uniti, i quali, usciti dalla crisi che li ha visti protagonisti della bolla speculativa dei mutui subprime e del fallimento di prestigiosissimi istituti di credito, puntano adesso a spingere l’acceleratore sulla difesa dei prodotti e del lavoro interni, forti soprattutto di una totale libertà di manovra nella gestione del bilancio e della flessibilità del cambio rispetto alle valute più direttamente competitive.

Una moneta leggera circola più facilmente di una moneta pesante e data la convenienza negli scambi implica una maggior dose di esportazioni rispetto ad una concorrente più pesante che, di contro, genererà maggiori importazioni.

Stagnazione del PIL, riduzione della spesa, aumento del carico fiscale, aumento delle importazioni, riduzione dei consumi creano il mix letale per il soffocamento di un’economia, ma pare che questo dato di realtà non riesca a scalfire l’idea dei decisori rispetto alla bontà di una manovra anticiclica. Occorre coraggio nell’affrontare il futuro, perché il tempo del tirare a campare sembra essere davvero finito.

Dario Stefano Lioi