//La strategia italiana nel Nord Africa passa (anche) da Algeri

La strategia italiana nel Nord Africa passa (anche) da Algeri

“Il Mediterraneo – scrisse Paul Morand – è soprattutto la civiltà dell’antideserto”. Così il diplomatico ed intellettuale francese sottolineava la natura integrata e vitale del Mare Nostrum, contrapposta a deserti culturali e geografici.

Il suo valore strategico, “in mediis terris”, segnala sin dall’antichità la centralità di questo specchio d’acqua a cavallo tra tre continenti, refrattario a qualsiasi retrocessione nonostante lo spostamento verso l’Estremo Oriente dell’asse geoeconomico mondiale. Il rinnovato protagonismo dello spazio mediterraneo obbliga i Paesi rivieraschi a condurre nell’area una partita di lungo periodo, consapevoli che da essa dipenderanno le sorti del continente europeo.

Polikòs si è recentemente occupata di alcuni degli Stati chiave della regione, analizzando, tra gli altri, Egitto, Turchia, Libano e Libia, realtà di primaria importanza per la politica estera italiana. Nella nostra analisi odierna ci occuperemo di un Paese, l’Algeria, spesso non sufficientemente trattato dai media nazionali nonostante rivesta un ruolo significativo nelle dinamiche nordafricane.

Nel 2016, con circa 4,3 miliardi di euro, l’Italia è infatti diventata la prima destinazione dell’export algerino, superando la Spagna e collocandosi sopra Stati Uniti e Francia. Per quanto concerne le importazioni algerine dal Belpaese, esse vedono invece Roma al terzo posto, dietro la Cina (di gran lunga il primo esportatore in Algeria) e la Francia.

Va tuttavia considerato che la parte del leone la fanno ovviamente gli idrocarburi: nel 2016 l’Italia ha importato quasi 64 miliardi di m3 di gas naturale. Di questi la maggior parte è arrivata tramite gasdotto (poco meno di 60 miliardi di m3). Algeri ha venduto al nostro Paese circa 19 miliardi di m3, un terzo del totale, a dimostrazione della natura strategica del sodalizio energetico tra i due Stati.

Tale sinergia è stata confermata questo mese dalla firma ad Orano di diversi accordi tra l’ENI e la compagnia di Stato algerina Sonatrach (precedenti intese tra le parti erano state raggiunte nel novembre 2016). La collaborazione tra le due aziende darà il via ad un importante progetto di perforazioni nel bacino del Berkine, nella parte orientale del Paese, congiuntamente ad un’implementazione del settore Ricerca e Sviluppo. L’Ente italiano può inoltre vantare in Algeria una produzione netta di 100.000 barili di petrolio al giorno, dato che la rende uno degli operatori energetici più importanti nel Paese arabo.

Sempre in ambito energetico la massima attenzione merita il progetto di road map realizzato da Med-Tso, l’associazione dei gestori elettrici dell’area mediterranea, finanziato dall’Unione Europea per un ammontare di 3 milioni di euro. Ideato per integrare le reti elettriche dell’area euro-mediterranea, tale piano infrastrutturale ci riguarda particolarmente per ciò che concerne i rapporti tra Italia, Algeria e Tunisia, volendo creare un collegamento tra la Sardegna e l’Algeria attraverso un cavo sottomarino con una capacità di 1.000 megawatt, congiuntamente a progetti per la connessione tra la Sicilia e la Tunisia (il primo collegamento riguarderebbe Partanna, in provincia di Trapani, e Mornaguia, nella parte settentrionale del Paese arabo). La spesa prevista per tali infrastrutture ammonterebbe a 2 miliardi di euro.

Le affinità tra Roma ed Algeri non si limitano tuttavia agli aspetti economici ed energetici ma presentano numerosi punti in comune su diversi dossier. Nel cruciale scacchiere libico entrambi gli Stati appoggiano la fragile leadership di Fayez al-Sarraj, in contrapposizione alle scelte di Parigi, sostenitrice del generale Khalifa Haftar, appena tornato in Libia dopo essere stato ricoverato, non a caso, proprio in Francia.

In numerose occasioni l’Algeria ha avuto modo di dimostrare la propria insofferenza nei confronti dell’ex madrepatria e delle sue ingerenze (un esempio su tutti, il sostegno alle rivendicazioni Saharawi contro il Marocco, sostenuto da Parigi). Nonostante faccia parte del G5 (gruppo di Paesi voluto dalla Francia comprendente Algeria, Mali, Niger, Mauritania e Burkina Faso), Algeri si è rifiutata di intervenire in Mali, dove la Francia è impegnata militarmente dal 2013, neutralizzando al momento le speranze di Macron di risolvere a breve una situazione estremamente delicata.

In questo frangente anche Roma ha spinto senza successo affinché Algeri rivestisse un ruolo maggiore nella stabilizzazione dell’area. Il fallimento di questo tentativo non deve tuttavia scoraggiarci: in un momento di forte protagonismo francese, specialmente nel caso africano, il dialogo con partner pragmatici insofferenti verso logiche neocoloniali deve costituire un solido punto di partenza per difendere le nostre fragili postazioni nell’area, allenandoci a non sottovalutare la portata strategica delle sfide che ci troviamo davanti. Per non diventare noi stessi deserto.

Marco Valerio Solia