//India, il gigante silenzioso che guarda al futuro

India, il gigante silenzioso che guarda al futuro

A differenza dell’ampia copertura offerta dai media anglosassoni, raramente l’opinione pubblica italiana è stata sollecitata ad approfondire l’evoluzione di un Paese come l’India, presentato alla nostra attenzione solamente per estemporanei fatti di cronaca o, nella peggiore delle ipotesi, per i noti incidenti diplomatici che hanno avvelenato negli ultimi anni i rapporti tra Roma e Nuova Delhi.

Una tale mancanza, in effetti, appare a dir poco incredibile se paragonata alla stazza del gigante asiatico e, soprattutto, alle sue enormi prospettive di crescita. L’India, infatti, forte di una popolazione di oltre 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, sta scalando rapidamente la classifica delle principali economie globali: il 2018 ha visto il consolidamento di questo trend, con il Paese del Gange asceso al ruolo di quinta potenza mondiale, avendo superato (o essendo in procinto di farlo) anche Regno Unito e Francia.

Il paragone con le economie europee, tuttavia, è del tutto transitorio visti i differenti tassi di crescita del prodotto interno lordo. Nel 2017 Londra e Parigi hanno registrato rispettivamente un incremento del +1,7% e del +1,6%, mentre Nuova Delhi ha sfiorato il 7%, a dimostrazione di una crescita economica impetuosa, che nell’ultimo trimestre dello scorso anno ha persino superato quella del vicino/rivale cinese (7,2% contro 6,8%). Germania e Giappone sono dunque destinati ad essere presto raggiunti, con l’economia indiana che salirà a breve sul podio delle principali economie mondiali.

Ovviamente se dall’analisi del Pil si passa a quella del Pil pro-capite il quadro si capovolge, con l’India che risulta essere la nazione più povera tra le principali economie mondiali. Anche questo dato, però, non deve trarre in inganno: dal 1980 ad oggi, il Pil pro-capite del Paese asiatico è cresciuto in media del 4,5% annuo: con gli elevati tassi di crescita descritti sopra (ed al netto di un’ineguale distribuzione della ricchezza) anche il Pil pro-capite è destinato ad aumentare rapidamente, nella speranza che un simile incremento possa servire a limitare disuguaglianze e sperequazione sociale.

I dati macroeconomici rappresentano tuttavia solo un aspetto dei margini di crescita di cui può disporre Nuova Delhi, obbligata da grandezza e posizione geografica ad assumere sempre maggiori responsabilità nell’area, investendo sui settori della difesa e dell’integrazione infrastrutturale con gli altri Paesi dell’Asia/Pacifico (cercando di pianificare un’alternativa alle nuove Vie della Seta cinesi). Non è un caso che l’India sia la prima importatrice di armi al mondo, sopravanzando nella “top ten”  del 2017 Stati come Arabia Saudita, Egitto, EAU, Cina, Australia, Algeria, Iraq, Pakistan e Indonesia. A dimostrazione della storica vicinanza con Mosca, l’acquisto di armi russe rappresenta da solo oltre il 60% delle forniture belliche indiane, confermando una partnership  molto solida in questo settore strategico.

Preoccupazione costante dell’establishment  indiano è quella di ampliare i propri margini di manovra rispetto al percepito espansionismo cinese, particolarmente temuto per la vicinanza politica di Pechino al Pakistan. Come è noto, la cooperazione sino-pakistana ha portato alla realizzazione del nuovo porto di Gwadar, nel Pakistan sud-occidentale, a circa 700 chilometri dalla città costiera di Karachi e situato in una zona strategica per l’accesso al Golfo dell’Oman ed al Golfo Persico. Tale opera permette a Pechino di godere di una sponda formidabile verso la penisola arabica e l’Iran, portando Cina e Pakistan a realizzare un corridoio infrastrutturale collegante Gwadar con la provincia cinese dello Xinjiang. Come reazione alle mosse cinesi, negli scorsi anni Nuova Delhi ha incrementato la cooperazione con Teheran, decidendo di investire nel porto iraniano di Chabahar, nella regione del Baluchistan, distante meno di 100 km da quello rivale di Gwadar.

Tra le sfide che l’India dovrà affrontare nel prossimo futuro c’è quella dell’industrializzazione: nel settembre 2014 Nuova Delhi ha lanciato la campagna “Make in India”, volta ad attirare investimenti stranieri nel Paese, al fine di aumentare il concorso del settore secondario alla ricchezza nazionale, estremamente ridotto se paragonato a quello dei servizi. Il terziario contribuiva infatti al 69% del Pil, mentre il secondario soltanto al 17%, appena poco sopra l’agricoltura, al 14%. L’obiettivo per il 2025 è di far crescere l’apporto dell’industria al prodotto interno lordo fino a raggiungere il 25%, approfittando anche dell’aumento dei salari in Cina, che potrebbe causare la perdita di numerosi posti di lavoro.

Il gigante silenzioso risulterà nei prossimi anni un attore internazionale di primo piano, catalizzando l’attenzione anche di quegli Stati che non hanno compreso per tempo le sue reali potenzialità. In tal senso la crisi economica e gli incidenti diplomatici (su tutti il caso Marò e le accuse di corruzione verso alti dirigenti di Agusta Westland, oggi del gruppo Leonardo) hanno remato contro il nostro Paese, che pur negli anni aveva saputo approfittare delle opportunità che gli si presentavano. Basti pensare che nel ventennio tra il 1991 ed il 2011 l’interscambio Italia-India era passato da 708 milioni di euro a 8,5 miliardi, crescendo dunque di oltre dieci volte.

Prima dell’odierna visita di Giuseppe Conte, Paolo Gentiloni (nell’ottobre 2017) era stato l’unico presidente del Consiglio italiano a recarsi in India negli ultimi dieci anni, a riprova di quanto la tensione su alcuni dossier  avesse congelato l’amicizia tra i due Paesi, rischiando di comprometterne lo sviluppo per molto tempo. I passi avanti fatti nell’ultimo anno fanno ben sperare per il futuro delle relazioni bilaterali, che nel 2018 hanno festeggiato i 70 anni. È auspicabile che Roma e Nuova Delhi, consapevoli della necessità di voltare definitivamente pagina, possano consolidare i rapporti di collaborazione reciproca, al fine di promuovere lo sviluppo delle rispettive economie e la stabilità della regione.

Marco Valerio Solia