//Brexit: dall’accordo con l’UE al no deal, i possibili scenari

Brexit: dall’accordo con l’UE al no deal, i possibili scenari

Il voto del Parlamento britannico sulla bozza di accordo stilata dai negoziatori della Brexit è stato rinviato dalla premier  Theresa May a data da destinarsi. La leader  dei Tory  ha infatti annunciato la necessità di ritardare la votazione, cosciente di essere in minoranza e di andare incontro ad una probabile sconfitta, visto che buona parte dello stesso partito conservatore è contraria alla linea soft  adottata nei negoziati dal governo. Dai banchi dei parlamentari dell’opposizione si sono levate risate e richieste di dimissioni.

Il punto principale della bozza è la decisione di proseguire le trattative oltre il momento formale di uscita del Regno Unito dall’UE, fissato per il 29 marzo 2019. In questo periodo, che durerà fino al dicembre dell’anno successivo, i negoziatori dovranno trovare le soluzioni alle questioni che ancora rimangono da definire, come ad esempio tutti gli accordi commerciali. La May ha dichiarato di aver ascoltato molto attentamente le profonde preoccupazioni espresse in questi giorni di dibattito sull’accordo, con il nodo relativo al backstop  dell’Irlanda del Nord che rimane la questione più delicata.

Il confine tra Eire ed Ulster sarà infatti, come è noto, l’unico confine terrestre tra il Regno Unito e l’Unione Europea. I famosi dieci parlamentari nord-irlandesi unionisti, che con i loro voti tengono in piedi la maggioranza di governo, hanno sempre premuto affinché non ci fosse una divisione tra il Regno Unito e la regione dell’Ulster. L’UE ha chiesto una sorta di “polizza di assicurazione”, il famoso “backstop”  appunto, nel caso in cui le trattative per le nuove relazioni, che saranno intavolate durante la transizione, falliscano. L’accordo di divorzio vincola l’Irlanda del Nord ad uno strettissimo patto doganale con l’UE ed alle norme del mercato unico, con dei controlli su alcuni scambi commerciali con il resto del Regno Unito.

La premier  britannica ha cercato di rinegoziare con Bruxelles la parte dell’accordo più contestata.  Proverà ancora ad ottenere maggiori rassicurazioni sul fatto che il backstop  non possa diventare permanente o comunque tenterà di strappare qualche minima concessione da portare davanti agli occhi dei parlamentari britannici, in modo da convincerli ad accettare la bozza. La stessa May ha annunciato che il governo cercherà di farsi trovare pronto per un eventuale “no deal”, un’uscita dall’UE senza un accordo tra le parti.

A rendere ancor più incandescente il clima, ieri è stata presentata la mozione di sfiducia nei confronti della May da parte di alcuni esponenti del partito conservatore. Il primo ministro ha tuonato contro i “congiurati”, sostenendo che un cambio della leadership  conservatrice avrebbe messo il futuro della Gran Bretagna a rischio, anche considerando che un eventuale nuovo leader  non sarebbe in carica per la scadenza legale del 21 gennaio. A quel punto il controllo dei negoziati della Brexit sarebbe potuto passare in mano all’opposizione in Parlamento. Il risultato della votazione, svoltasi in serata, ha visto la conferma di Theresa May con 200 voti favorevoli e 117 contrari. Un buon risultato, se si pensa che nel 2016 aveva conquistato la leadership  con 199 voti. Gli oppositori non sono dunque riusciti ad ottenere la metà dei voti più uno.

Secondo le regole del partito, a meno di eventuali sue dimissioni, la May resterà in carica per tutto il prossimo anno, senza che possa essere sfiduciata nuovamente. Ha promesso, invece, che non si ricandiderà nel 2022 alle elezioni politiche.

Le prospettive per il Regno Unito sono varie: la prima è che, dopo eventuali altri tentativi di negoziati con Bruxelles, la May riesca a convincere decine di parlamentari britannici a votare a favore dell’accordo. In questo modo, dopo la votazione prevista entro il 21 gennaio 2019, ci sarebbe la certezza che la Gran Bretagna esca in maniera ordinata dall’UE nel marzo prossimo. La seconda ipotesi, quella della sconfitta in Parlamento del trattato, potrebbe vedere sia le dimissioni della May (che però ha sempre sostenuto di voler andare fino in fondo) sia l’indizione di elezioni anticipate. Per rendere possibile questo scenario deve esserci il via libera di due terzi del Parlamento. Il partito laburista voterebbe a favore ma servirebbero comunque molti voti dei deputati conservatori.

La terza opzione sarebbe quella di indire un secondo referendum, ipotesi che incontra la ferma contrarietà di Theresa May, perché ciò significherebbe tradire la volontà popolare espressa in quello del 2016. Una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha stabilito che la Brexit può essere revocata unilateralmente dal Regno Unito, senza il permesso della UE, cosa che faciliterebbe un secondo referendum. Per poterlo organizzare sarebbe necessario, però, chiedere ulteriore tempo a Bruxelles, rinviando di fatto la Brexit. Sarebbe decisamente un caso particolare, se non unico.

Un’altra opzione, che sembra essere poco probabile, potrebbe essere il modello norvegese, sostenuto da diversi parlamentari. Con questa soluzione la Gran Bretagna uscirebbe dalle politiche comuni sulla pesca e l’agricoltura ed entrerebbe nello Spazio Economico Europeo. Restando quindi nel mercato unico non ci sarebbero forti contraccolpi per l’economia. Dovrebbe però rimanere anche nell’unione doganale, per evitare il problema nord-irlandese. Ciò comporterebbe inoltre accettare la libera circolazione delle persone, ostacolando quella limitazione dell’immigrazione promessa dalla May. Si tratterebbe ovviamente di una soluzione temporanea in attesa di negoziare un nuovo trattato di libero scambio con Bruxelles.

L’Unione Europea di fatto non sembra disposta ad offrire ulteriori margini di trattativa. Sia Juncker, sia Tusk che la Merkel hanno detto che l’unico accordo possibile sono le 585 pagine della bozza già votata dal governo britannico e dal Parlamento Europeo. Le possibilità di un no deal  quindi crescono, nonostante la contrarietà del governo May. Considerando che la data effettiva della Brexit è indicata nel 29 marzo 2019, ci sarebbe poco tempo per stilare un nuovo accordo.

Ma quali potrebbero essere le conseguenze di un no deal ? Il Fondo Monetario Internazionale stima che i costi economici per Londra sarebbero pari a poco meno del 4% del Pil da qui al 2030, mentre l’UE perderà l’1,5 del Pil nello stesso lasso di tempo. Alcuni parlamentari britannici oltranzisti, tuttavia, sono convinti che l’impatto economico non sarebbe negativo. Al contrario, le analisi effettuate dal governo May sostengono che se Londra tornasse alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nei prossimi 15 anni ci sarebbe una riduzione dell’8% della crescita del Paese rispetto alle stime attuali.

L’export  italiano non è esente da insidie: in caso di no deal  sono infatti a rischio più di 3 miliardi di esportazioni agroalimentari in Gran Bretagna. Un’analisi della Coldiretti ha messo in luce come tale scenario rappresenterebbe un’eventualità particolarmente dannosa per le imprese italiane sul mercato britannico. Le esportazioni di prodotti “made in Italy”  come vino, pasta, formaggi e olio diminuirebbero e sarebbero molto probabilmente oggetto di legislazioni sfavorevoli.

Luca Sebastiani