//EastMed, l’Italia nella guerra del gas

EastMed, l’Italia nella guerra del gas

Con oltre 75 miliardi di metri cubi di gas consumati nel 2017 (di cui ben 69,6 di provenienza estera), l’Italia si conferma un Paese importatore di idrocarburi, alle prese con l’aumento della domanda registrato negli ultimi anni. Un tale incremento, sfortunatamente, è stato accompagnato da un drastico calo della produzione nazionale, che in un ventennio è scesa da circa 19 miliardi di m3 agli attuali 5,5.

Se dal fabbisogno nazionale si passa alla classifica degli Stati da cui importiamo gas naturale, ci accorgiamo che non si sono verificati grandi cambiamenti nei rapporti con i nostri partner  tradizionali. Ancora molto forte è infatti la dipendenza italiana dalla Russia, la quale soddisfa da sola più del 40% dei nostri consumi (diverso il discorso per il petrolio russo, che costituisce circa il 12% delle nostre importazioni di oro nero). Si conferma inoltre lo storico rapporto con l’Algeria, che provvede per oltre un quarto del fabbisogno italiano attraverso il gasdotto Transmed, ribattezzato dagli algerini “Enrico Mattei”, che percorre la Tunisia prima di raggiungere il Mediterraneo e Mazara del Vallo.

Dopo Russia ed Algeria (che forniscono i due terzi del gas annualmente utilizzato nel nostro Paese), in una posizione rilevante ma più defilata ci sono Libia, Olanda e Norvegia. Nei prossimi anni un’importanza strategica verrà assunta inoltre dall’Azerbaigian: la realizzazione del Trans-Adriatic Pipeline, il gasdotto che partendo dalla Grecia raggiungerà l’Italia passando per l’Albania (la fine dei lavori è prevista per il 2020), rappresenta uno dei segmenti infrastrutturali che uniranno la nostra penisola al Mar Caspio, grazie all’interconnessione con il Trans-Anatolic Pipeline ed il South-Caucasus Pipeline. Ciò permetterà di attingere all’imponente giacimento azero di Shah Deniz II, riuscendo a trasportare ogni anno circa 10 miliardi di m3 di gas, che nelle intenzioni degli ideatori possono essere incrementati fino a 20.

In uno scenario simile, la notizia filtrata lo scorso 24 novembre sui media israeliani circa l’imminente accordo tra Israele, Cipro, Grecia ed Italia per la realizzazione del gasdotto EastMed nel Mediterraneo orientale, collegante i giacimenti del Levante con le coste pugliesi, consolida la politica di diversificazione energetica perseguita dai diversi governi che si sono susseguiti a Palazzo Chigi. Le trattative tra gli Stati coinvolti nel progetto sono durate due anni: EastMed si estenderà per circa 2.000 chilometri, passando sotto Cipro, raggiungendo Creta e la Grecia continentale e, successivamente, approdando ad Otranto, contribuendo in questo modo a fare della regione pugliese uno snodo cruciale per l’approvvigionamento energetico italiano.

L’opera, il cui costo sarà di 7 miliardi di dollari, per estensione e profondità non avrà eguali al mondo e potrà trasportare fino a 20 miliardi di m3. Il 20 dicembre si terrà a Tel Aviv un incontro decisivo tra le parti, a cui potrebbe però non partecipare l’Italia. I lavori dovrebbero iniziare già dal 2019 e la realizzazione dell’infrastruttura dovrebbe essere completata in 5 anni.

L’assenso italiano al progetto è in linea con la strategia europea (caldamente sostenuta dagli Stati Uniti) di diminuire la dipendenza del continente dal gas russo. C’è un’ulteriore ragione, tuttavia, alla base delle mosse di Roma nel Mediterraneo orientale: l’Italia cerca infatti di modificare lo squilibrio che si verrebbe a consolidare tra l’Europa meridionale e quella settentrionale con il prossimo raddoppio del North Stream, il gasdotto che collega Russia e Germania eludendo le repubbliche baltiche. Qualora le pressioni congiunte di Bruxelles e Washington non riuscissero ad impedire l’opera, la capacità di m3 di gas transitanti da questa infrastruttura passerebbe dagli attuali 55 miliardi a 110, facendo impallidire la quantità che TAP e EastMed potrebbero far giungere in Italia.

Mosca, del resto, si è mossa dopo il 2014 per aggirare il vicino/nemico ucraino, desiderosa di raggiungere i grandi consumatori di idrocarburi dell’Europa centro-occidentale. In quest’ottica va letta la prossima entrata in funzione del gasdotto TurkStream, che fornirà oltre 30 miliardi di m3, metà dei quali proseguiranno oltre la Turchia per essere indirizzati verso i Balcani. Non è dunque un caso che il 2018 sia stato considerato dagli analisti l’anno della guerra del gas, risorsa sempre più necessaria per fare fronte ai consumi europei.

Marco Valerio Solia