//Siria, Washington annuncia il ritiro e abbandona i curdi

Siria, Washington annuncia il ritiro e abbandona i curdi

Il ritiro dei 2.000 militari americani dislocati nel Nord Est della Siria, annunciato da Donald Trump nei giorni scorsi, ha provocato l’ennesimo terremoto all’interno dell’amministrazione USA, con il Segretario della Difesa Jim Mattis che ha presentato le proprie dimissioni in segno di protesta, a cui sono seguite quelle del rappresentante statunitense  presso la coalizione anti-ISIS, Brett McGurk.

Mattis ha ricevuto parole di sostegno da Emmanuel Macron, già indebolito in Francia dal movimento dei gilet gialli ed ora alle prese con il definitivo fallimento della politica francese in Siria, di cui il bombardamento tripartito alle postazioni lealiste dello scorso aprile ha rappresentato uno degli ultimi atti. «Un alleato – ha affermato Macron – deve essere affidabile. Deploro profondamente la decisione degli Usa».

Parole forti quelle del presidente francese, che evidenziano tutta la delusione dell’Eliseo per i nuovi equilibri levantini, con Parigi (e persino Washington) impossibilitati ad imprimere un corso diverso ai destini della regione. Il sospetto, che si tinge di certezza, è che siano state sacrificate sull’altare della realpolitik  le milizie curde, lasciando mano libera ad Ankara e Damasco (con il benevolo assenso di Mosca) per ridisegnare i confini dell’area una volta che il conflitto sarà ufficialmente terminato.

Nonostante i progetti neottomani di Erdogan, infatti, negli ultimi anni la Turchia ha modificato sensibilmente le sue priorità nel teatro siriano, preoccupata che la formazione di uno Stato curdo sul confine meridionale possa rappresentare un pericoloso retroterra logistico per i curdi vicini al PKK. Le celebri formazioni YPG (Unità di Protezione Popolare), come è noto, detengono stretti rapporti con i loro omologhi oltre confine: la popolarità internazionale guadagnata nella resistenza all’ISIS a partire dal 2014 aveva fatto sperare che il popolo curdo potesse finalmente coronare il sogno di uno Stato proprio, ipotesi che con l’evolversi del conflitto appare, almeno per il momento, del tutto improbabile.

Siria, Washington abbandona i curdi

In quest’ottica la decisione di Trump riduce ulteriormente i margini di manovra negoziale dei soldati curdi. Lo scenario più verosimile sembra essere quello di un accordo con Assad, così da riportare i territori del Rojava sotto il controllo di Damasco ed evitare un secondo intervento militare turco, considerata l’eventualità peggiore. È dunque facile intuire i malumori all’interno dell’amministrazione USA, con gli apparati americani preoccupati che l’abbandono di un alleato offuschi l’immagine di Washington nella regione (e non solo). Un tale comportamento risalterebbe ancor di più se confrontato con l’atteggiamento di Mosca, decisa ad intervenire direttamente per impedire il cambio di regime in Siria.

In Medio Oriente, del resto, sono molti i Paesi che temono un allontanamento degli Stati Uniti, a cominciare da Israele e dall’Arabia Saudita, silenziosamente allineati nel contrastare l’influenza iraniana dal Mediterraneo all’Afghanistan. La stessa elezione di Trump era stata accolta positivamente da Gerusalemme e Ryad, felici dei toni anti iraniani frequentemente utilizzati dal tycoon  e delusi dalla politica estera obamiana. La retorica schietta del presidente americano non è rimasta lettera morta, come l’affossamento del JCPOA e lo spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata americana in Israele hanno dimostrato.

L’annuncio del ritiro americano dalla Siria, tuttavia,  non fa che confermare il nuovo status quo nella Mezzaluna fertile, con Iran e Russia che vi hanno sensibilmente aumentato la propria influenza. Washington ha deciso di fare un passo indietro per compiacere l’alleato turco, i cui rapporti con gli Stati Uniti sono scesi ai minimi storici a partire dallo sventato golpe del 2016, la cui responsabilità è stata attribuita da Ankara (non del tutto a torto) agli USA, protettori di Fethullah Gülen, arcinemico di Erdogan.

Intanto Trump ha nominato come nuovo Segretario della Difesa provvisorio Patrick Shanahan, già vice di Jim Mattis. Quest’ultimo, per volontà del presidente americano, ha dovuto lasciare l’incarico con due mesi di anticipo. Shanahan ricoprirà il ruolo di capo del Pentagono dal I gennaio 2019 e sarà chiamato a districare numerosi dossier  cruciali, a cominciare proprio dalla Siria. Ad ogni modo, il futuro per i curdi si fa sempre più incerto: utilizzati dalle grandi e medie potenze, per l’ennesima volta hanno visto allontanarsi la prospettiva di un proprio Stato nazionale, dovendo scegliere a quale altro attore consegnarsi. Nella speranza che sia la scelta più indolore.

Marco Valerio Solia