//Afghanistan, cronistoria di un martirio

Afghanistan, cronistoria di un martirio

«Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo»: il proverbio afghano che dà il titolo ad un libro ormai celebre del giornalista Federico Rampini delinea l’attuale tornante storico dell’Afghanistan, Paese di frontiera e faglia geopolitica tra sfere d’influenza rivali.

Già nel XIX secolo il Grande Gioco tra impero britannico e Russia vedeva le due potenze contendersi la supremazia in Asia Centrale, con l’Afghanistan “prigioniero” degli ingombranti vicini che ne insidiarono più volte il territorio. A quell’epoca la Russia zarista, volendosi aprire una via verso l’India britannica, arrivò a minacciare la parte settentrionale dell’Afghanistan, mentre quest’ultimo combatté contro gli inglesi in due sanguinosi conflitti (1838-1842 e 1878-1881). Solo dopo la fine della Prima guerra mondiale Kabul riuscì ad ottenere l’indipendenza, conquistata nel 1919 in seguito alla vittoria della terza guerra anglo-afghana.

Dagli anni ’30 agli anni ‘70 il Paese visse una congiuntura stabile, che venne però sconvolta nel ‘73 dal golpe che instaurò la Repubblica di Afghanistan, entità statuale di effimera durata la cui fine si sarebbe intersecata con l’intervento armato sovietico del 1978, unanimemente considerato uno dei peggiori errori strategici dell’URSS. Da quel momento gli anni di pace sarebbero stati drammaticamente pochi, innescando una crisi che, seppur in forme diverse, prosegue ancora oggi.

Dopo il ritiro sovietico del 1989, infatti, gli anni Novanta videro il crollo della Repubblica Democratica dell’Afghanistan (sorta nel ‘78  ed ormai priva del sostegno russo) e gli scontri tra le diverse fazioni dei mujaheddin  antisovietici. Fino all’avvento nel 1996 dei talebani, i quali, con la conquista della capitale nel settembre di quell’anno, ebbero sotto il loro controllo una vasta parte del Paese (ad eccezione dei territori governati da Massoud e Dostum, rispettivamente nel Nord-Est e nel Nord Ovest dell’Afghanistan).

Il resto è storia recente. Dopo l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti iniziarono la cosiddetta “guerra al terrore”, il cui primo obiettivo fu proprio il piccolo Stato asiatico. L’operazione Enduring Freedom  e la missione ISAF hanno prevalso, senza però impedire che la NATO ed i governi di Hamid Karzai (in carica fino al 2014) e di Ashraf Ghani riuscissero alla fine ad aver ragione della guerra asimmetrica portata avanti dalle sacche di resistenza talebana. In questo contesto il proverbio afghano citato all’inizio restituisce perfettamente gli attuali rapporti di forza.

Doha, capitale del Qatar, ha ospitato la settimana scorsa giorni di intense trattative tra americani e talebani volte a delineare un accordo di pace. Sul tavolo il ritiro dei circa 15.000 soldati a stelle e strisce e dei loro alleati, ipotesi fino a pochi anni fa difficile anche da concepire. In realtà sono 9 anni che proseguono colloqui segreti tra le due parti, con gli Stati Uniti desiderosi di abbandonare un teatro che si è dimostrato per loro un vero e proprio pantano strategico. Talebani e USA sono arrivati ad una bozza preliminare di accordo che necessita ancora di ulteriori trattative e limature, ma che potrebbe costituire la fine di quasi 20 anni di martirio afghano (o quantomeno della sua ultima fase).

Il prossimo ritiro dall’Afghanistan fa il paio con quello annunciato recentemente da Washington nel Nord Est della Siria, a riprova delle nuove priorità della superpotenza, intenzionata a risparmiare uomini e risorse in vista del confronto con la Cina, vera sfida strutturale nel medio lungo periodo.

L’annuncio americano ha però avute forti ripercussioni sugli alleati, a cominciare dal nostro Paese. L’Italia ha infatti in Afghanistan il terzo contingente all’estero più numeroso, dopo quelli in Iraq e Libano. Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha affidato al Comando Operativo Interforze l’avvio di una pianificazione per il rientro delle nostre truppe (circa 900) da qui ad un anno. Disposizioni che, una volta trapelate, non hanno trovato l’approvazione della NATO. Prima di organizzare il ritiro, infatti, occorrerebbe non indebolire la posizione negoziale nei confronti dei talebani. Pertanto sarà necessario osservare i prossimi sviluppi, in attesa di comprendere se lo sdoganamento dei talebani da parte statunitense sia dettato da una loro mutazione strutturale o, al contrario, da semplice ipocrisia.

Marco Valerio Solia