//Kosovo Security Force, una bomba a orologeria per i Balcani?
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Kosovo Security Force, una bomba a orologeria per i Balcani?

La fine del 2018 non è stata accompagnata solamente dai buoni propositi per l’anno venturo: molti sono i nodi che rischiano di venire al pettine in questo 2019, esacerbando la tensione nei teatri caldi del pianeta, a cominciare dal Kosovo, perno dell’instabilità balcanica.

Lo scorso 14 dicembre il Parlamento kosovaro ha votato tre disegni di legge le cui conseguenze sono difficilmente prevedibili ma che già hanno prodotto un ulteriore irrigidimento nelle relazioni bilaterali tra la piccola Repubblica e la confinante Serbia.

Oggetto dell’azione legislativa di Pristina è stata la riconfigurazione delle competenze della Kosovo Security Force, estese fino a trasformare le attuali formazioni di sicurezza kosovare in un esercito a tutti gli effetti. Ciò ha provocato l’ira di Belgrado, preoccupata che una tale evoluzione vada a detrimento delle comunità serbe che abitano nella parte settentrionale del Paese.

La KSF è composta da poche migliaia di uomini (tra le 4 e le 5mila unità, alle quali si aggiungono circa 3mila riservisti) ma l’accelerazione impressa dal Kosovo rischia di minare la stabilità della regione. Già il primo ministro serbo, la leader  Ana Brnabic, ha dichiarato che in caso di ritorsioni verso la minoranza serba il suo Paese si sentirebbe autorizzato ad intervenire militarmente.

A preoccupare la Serbia non è certamente l’entità dell’esercito “rivale” (Belgrado può infatti contare su un numero di effettivi 6 volte superiore, oltre che sul sostegno russo), bensì la rapida escalation  di provvedimenti antiserbi presi in questi mesi da Pristina.

Emblematica in questo senso l’introduzione lo scorso novembre di dazi del 100% contro prodotti provenienti dalla Serbia e dalla Bosnia. Quest’ultima, come è noto, è composta da due sub-entità territoriali: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina. La seconda di esse è abitata nella stragrande maggioranza da serbi e rappresenta circa un terzo della popolazione dell’intero Paese. Si spiega così perché il Kosovo non si sia limitato a colpire esclusivamente i prodotti di Belgrado ma abbia applicato dazi più vasti.

Queste misure protezioniste, del resto, sono state la risposta al mancato ingresso del Kosovo nell’Interpol: l’adesione di Pristina è stata infatti bocciata il 20 novembre dall’assemblea generale dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale. Un tale esito ha inevitabilmente prodotto grande insoddisfazione nel governo kosovaro, che ha individuato nelle pressioni diplomatiche serbe uno dei principali motivi alla base della propria esclusione.

I dazi verso la Serbia sono stati seguiti da diversi arresti nel Nord del Paese, che hanno coinvolto elementi vicini alla Lista Serba (la formazione politica sostenuta da Belgrado), accusati di essere coinvolti nell’omicidio del moderato Oliver Ivanović, avvenuto lo scorso gennaio. A fine novembre 4 sindaci della minoranza serba (che però costituisce la maggioranza nel Nord) hanno presentato le loro dimissioni per protesta, rifiutando il dialogo con Pristina.

Kosovo Pristina KSF

L’evoluzione della crisi presenta dunque tinte fosche. L’anno scorso il Kosovo ha festeggiato i 10 anni dall’indipendenza, mentre quest’anno farà lo stesso la KSF: prioritario per i Paesi europei è che i Balcani non si trasformino nuovamente in una polveriera pronta ad esplodere. Interesse condiviso in primis dall’Italia, presente in quel teatro con le proprie Forze Armate.

Roma è attiva in Kosovo sin dal drammatico conflitto del 1998-1999, partecipando alla missione NATO “Kosovo Force”  (KFOR), che oggi vede impegnati circa 550 dei nostri militari. Esso costituisce, per numero di soldati impiegati, il quarto contingente italiano presente all’estero. Tra i compiti principali che svolge l’Italia vi sono il controllo del cruciale ponte di Mitrovica e la protezione dello storico Monastero di Visoki Dečani, rispettivamente nel Kosovo settentrionale e occidentale.

È dunque interesse vitale per Roma monitorare la situazione oltre Adriatico. Non è un caso che lo scorso 17 dicembre il ministro dell’Economia Giovanni Tria abbia incontrato a Roma Valdrin Luka, ministro kosovaro dello Sviluppo Economico. Pristina sta infatti mettendo in campo un vasto piano di privatizzazioni che potrebbe far gola al nostro Paese e Tria si è detto favorevole a rafforzare la cooperazione bilaterale.

Nonostante l’interesse opposto di grandi e medie potenze, la crisi kosovara, innestatasi su faglie etno-confessionali plurisecolari, rischia dunque di destabilizzare l’intero quadrante balcanico, con conseguenze per il continente europeo di difficile previsione. Compito degli attori più influenti è quello di favorire il dialogo tra le parti, cercando di impedire salti nel buio.

Marco Valerio Solia