//USA e Italia dopo le mid-term elections

USA e Italia dopo le mid-term elections

Si è conclusa venerdì sera la due giorni americana del ministro degli Esteri Moavero Milanesi, che ha scelto la capitale degli Stati Uniti per la prima visita ufficiale del 2019. Gli argomenti trattati sono stati molteplici: dalla situazione europea a quella medio-orientale, passando per la “minaccia tecnologica cinese”.

La visita del capo della diplomazia italiana ha coinciso con l’insediamento del 116esimo Congresso USA, che dopo quattro anni torna ad essere spaccato: mentre al Senato i repubblicani  detengono ancora la maggioranza, alla Camera dei rappresentanti i democratici hanno preso il sopravvento con l’elezione dell’italoamericana Nancy Pelosi alla presidenza dell’Assemblea (che aveva già guidato dal 2007 al 2011).

La nuova composizione del Congresso ha iniziato sin da subito a dare del filo da torcere al presidente Trump, nei confronti del quale la Pelosi non esclude di avviare la famigerata procedura di impeachment, qualora gli esiti dell’inchiesta sul Russiagate  dovessero dimostrare un effettivo coinvolgimento del tycoon.

Forti della ritrovata maggioranza alla Camera, i Dem si sono opposti all’inserimento nel nuovo bilancio federale di una misura di finanziamento del muro con il Messico (per un costo complessivo di 5,6 miliardi di dollari). La mancata approvazione del bilancio ha portato ad uno shutdown  parziale, ossia al blocco di tutte le attività amministrative di quei Ministeri i cui finanziamenti non erano stati precedentemente approvati.

Questa situazione di stallo, che comporta il congedo non retribuito dei lavoratori dei Ministeri interessati e di numerose istituzioni pubbliche (circa 800mila dipendenti), va avanti dal 22 dicembre scorso e si protrarrà fino a quando il Congresso ed il presidente non troveranno un accordo. Poiché i Democratici non sembrano intenzionati a cedere, Donald Trump ha minacciato di dichiarare lo stato di emergenza, in modo da bypassare il voto del Congresso.

Nonostante il clima acceso nel dibattito interno americano, il nostro ministro degli Esteri ha avuto modo di confrontarsi con diversi esponenti di spicco, incluso il suo omologo americano Mike Pompeo. Il Medio Oriente, in particolare, è stato al centro delle discussioni: l’annuncio del ritiro delle truppe USA da Siria e Afghanistan, anche se non ancora ben definito dal punto di vista temporale, fa sì parte della politica di disimpegno promessa da Trump ad inizio mandato, ma lascia non poche perplessità negli addetti ai lavori (vedi le dimissioni del Segretario di Stato alla Difesa James Mattis).

Gli effetti per l’Italia sono duplici: da un lato acquisisce maggiori responsabilità nell’area (direzione della “cabina di regia” libica, esenzione – seppur temporanea – dalle sanzioni all’Iran), dall’altro, come ribadito dal capo della Farnesina, il venir meno del «principale alleato non potrebbe non avere un impatto sulla valutazione delle nostre missioni, anche perché ho fatto notare la presenza dei militari italiani al confine tra Libano e Israele».

Su quest’ultimo fronte risultano rischiose anche le recenti dichiarazioni del ministro e vice-premier italiano Matteo Salvini, che bollando come terrorista il partito libanese Hezbollah ha di fatto invertito la tendenza del nostro Paese a mantenersi arbitro super partes nella gestione pacifica della blue line.

In attesa delle elezioni europee di maggio, l’Italia intensifica dunque le proprie relazioni con gli Stati Uniti e si avvicina anche ai Democratici, sfruttando la tradizionale amicizia nonchè i rapporti economici, culturali e politici che storicamente legano i due Paesi. Nonostante le buone relazioni con Russia e Cina, insomma, l’alleanza transatlantica rimane imprescindibile.

Davide Garavoglia