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Ucraina: le elezioni si avvicinano, la pace no

L’approssimarsi delle elezioni in Ucraina, fissate per il 31 marzo, ha riacceso i riflettori internazionali sulle persistenti tensioni tra Mosca e Kiev e sul conflitto ancora in corso nel Donbass, che da quasi 5 anni destabilizza l’Europa orientale.

Sono passati 6 mesi dall’incontro ad Helsinki fra il presidente russo Vladimir Putin ed il suo omologo americano Donald Trump, senza che la crisi in Ucraina abbia mostrato sviluppi significativi. Nel luglio 2018 i due leader  avevano confrontato le rispettive posizioni sul dossier  ucraino, non riuscendo tuttavia a fare passi avanti. La proposta russa di un referendum popolare nelle repubbliche autonome di Donetsk e Lugansk è stata infatti contrastata a più riprese da diversi governi occidentali, nel timore che essa potesse rappresentare il cavallo di Troia del Cremlino per annettere le regioni separatiste (secondo quanto avvenuto con la Crimea).

Già nel 2014 un referendum non riconosciuto aveva visto l’ipotesi della secessione dall’Ucraina prevalere con il 90% dei suffragi. Come è noto, tale referendum venne celebrato dopo che le proteste di piazza scoppiate a Kiev avevano provocato la fuga dell’ex presidente filo-russo Janukovich e l’ascesa al potere di un governo filo-occidentale. La proclamazione d’indipendenza successiva al referendum portò l’Ucraina a cercare di riconquistare i territori in mano ai ribelli, dando il via ad una guerra che perdura ormai da un lustro.

Oggi il conflitto prosegue a bassa intensità, senza che le due parti riescano ad ottenere risultati decisivi, complice anche il sostegno economico e militare fornito da Mosca alle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Questi cinque anni di guerra civile (nonostante i vari “cessate il fuoco”) hanno lasciato sul campo oltre diecimila morti. Al prezzo pagato in termini di vite umane si sommano le pesanti ricadute economiche, che hanno sconvolto il tessuto sociale dell’area. L’Ucraina spende infatti più del 6% del PIL per far fronte alle esigenze belliche, avendo inoltre perso, in seguito alla secessione del Donbass, un terzo della capacità industriale ed il 25% delle proprie esportazioni.

L’economia ucraina, già in forte crisi prima del conflitto, nonostante le riforme economiche e sociali promesse dall’attuale presidente Poroshenko non naviga in buone acque. A ciò si aggiunge la volontà russa di aggirare Kiev da un punto di vista energetico, costruendo nuovi gasdotti non passanti per l’Ucraina. Ad essa vengono infatti preferiti percorsi più sicuri, al riparo dalle tempeste geopolitiche dell’Europa orientale.

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La prossima entrata in funzione del gasdotto TurkStream, da cui transiteranno oltre 30 miliardi di m3 di gas naturale verso la Turchia ed i Balcani, permetterà alla Russia di eludere lo Stato rivale, non diversamente da quanto fatto da Mosca nei confronti delle repubbliche baltiche con la realizzazione (ed il possibile raddoppio) del North Stream, voluto proprio per aggirare Stati considerati “russofobi”. Si tratta di un brutto colpo per Kiev, che dal transito di gas russo percepisce un introito annuale pari a 2 miliardi e mezzo di euro.

Un’altra cattiva notizia per Kiev è arrivata lo scorso novembre, quando 24 militari ucraini sono stati arrestati dalla marina militare russa per aver sconfinato (a detta delle autorità russe) nelle acque territoriali della Crimea. Mosca ha poi chiuso lo stretto di Kerch (tra la penisola di Crimea e la Russia continentale), bloccando così l’accesso al Mar Nero e causando gravi danni alle esportazioni marittime ucraine. Proprio lo stretto di Kerch era stato in passato al centro della strategia moscovita, con la costruzione di un ponte che dimostrasse l’irreversibilità dell’annessione russa della Crimea.

A complicare ulteriormente le relazioni bilaterali ha contribuito inoltre la recente scelta del Patriarcato ortodosso di Costantinopoli di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina, rendendola indipendente dal Patriarcato di Mosca. Ciò ha provocato uno scisma storico all’interno del mondo ortodosso, che ne caratterizzerà il futuro per molti anni a venire. A dimostrazione di come religione e politica, specialmente in Europa orientale, siano strettamente collegate.

Emilio Gallassi