//Venezuela, Maduro inizia il secondo mandato tra crisi economica e scontro istituzionale
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Venezuela, Maduro inizia il secondo mandato tra crisi economica e scontro istituzionale

Il Venezuela è il Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo. Sotto la presidenza di Hugo Chávez (1999-2013), lo Stato sudamericano ha sperimentato una forte crescita economica dipendente proprio da una situazione petrolifera favorevole. Tale crescita ha permesso a Chávez di attuare politiche di redistribuzione del reddito, che ne hanno consolidato il potere. Al giorno d’oggi, la situazione politica e socioeconomica è molto diversa: il fallimento elettorale del PSUV nelle elezioni legislative del 2015 ne è un chiaro segnale.

Va detto che nel quadro delle esportazioni, il Venezuela dipendeva e continua a dipendere strettamente dal petrolio: nel 1997 esso costituiva il 77% delle esportazioni, salito al 90% nel 2006 ed al 96% nel 2016. L’economia venezuelana è dunque tutto il contrario di un’economia diversificata. Questo significa che una fase di bassi prezzi del petrolio (come quella che stiamo vivendo negli ultimi anni) può comportare conseguenze esiziali per il sistema economico venezuelano. Da qui la lunga fase di recessione, la forte limitazione delle importazioni e la conseguente erosione della capacità produttiva del Paese, ulteriormente aggravata da una spirale di inflazione senza precedenti.

Le pesanti ripercussioni di questa congiuntura si sono fatte evidenti anche nel numero di emigrati venezuelani. Secondo le organizzazioni richiedenti, fino al 1992 gli espatriati non superavano le 300.000 unità. Se guardiamo invece all’oggi le cifre aumentano drasticamente: secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM) nel 2015 ci sono circa due milioni e mezzo di venezuelani in 94 Paesi diversi. Negli ultimissimi anni Caracas ha inoltre vissuto una crisi ancor più difficile, lasciando pochi dubbi sul fatto che tali numeri siano cresciuti notevolmente.

In questa difficile atmosfera è iniziato lo scorso 10 gennaio il secondo mandato di Nicolás Maduro (che dovrebbe rimanere al potere fino al 2025), tra le polemiche del fronte di opposizione venezuelano e quelle della comunità internazionale. L’investitura del presidente bolivariano è successiva alle elezioni del 20 maggio 2018, in un contesto interno ed esterno a dir poco complesso, in cui Maduro è riuscito ad imporsi con il 67% dei consensi. La schiacciante vittoria elettorale è stata determinata anche dal boicottaggio delle elezioni portato avanti dalle opposizioni. Il fronte anti-madurista e gli alleati internazionali hanno denunciato come incostituzionale il giuramento del presidente venezuelano davanti al Tribunal Supremo de Justicia  (TSJ), parlando di «vuoto di potere» e di «usurpazione di funzioni».

L’aspro braccio di ferro tra governo e opposizioni è una costante del sistema politico venezuelano ma ha subìto un’accelerazione nell’ultimo triennio. Il punto di non ritorno si è verificato il 20 agosto 2017, quando l’Assemblea Costituente del Venezuela ha accettato di assumere le competenze dell’Assemblea Nazionale attraverso un decreto legge, di fatto esautorando il Parlamento. Nel novembre del 2018 lo stesso Parlamento aveva dichiarato “incostituzionale” sia il futuro giuramento sia il nuovo mandato, chiudendo così ogni margine di dialogo. A rigor di diritto, dunque, la scelta di Maduro non può essere considerata incostituzionale. L’articolo 231 della Costituzione bolivariana recita infatti che «il candidato eletto assumerà la carica di Presidente della Repubblica il 10 gennaio del primo anno del suo mandato costituzionale, per mezzo di un giuramento davanti all’Assemblea Nazionale. Se per qualsiasi motivo il Presidente della Repubblica non potesse essere investito davanti all’Assemblea Nazionale, lo farà davanti alla Corte Suprema di Giustizia».

Le relazioni internazionali di Caracas non facilitano la ricomposizione delle fratture interne. Dal punto di vista regionale, i canali rimangono aperti solamente con Nicaragua, Bolivia, Cuba e gli Stati dell’arcipelago caraibico. Insieme al Venezuela, tutti questi Paesi formano parte dell’Alianza bolivariana para los pueblos de nuestra América – Tratado de Comercio de los Pueblo  (ALBA-TCP), nata nel 2004 per iniziativa di Hugo Chávez e Fidel Castro. L’obiettivo di ALBA-TCP era quello di creare un forum latinoamericano che controbilanciasse l’influenza degli Stati Uniti nella regione.

Nonostante i disegni di Chávez per estendere il bolivarismo nell’area (considerato il socialismo del XXI secolo), dopo la sua morte ALBA-TCP non è riuscita ad imporsi come modello regionale. Solamente adesso, a 15 anni dalla fondazione, si sta tentando di rivitalizzarla, in un contesto sudamericano totalmente mutato.

Per quanto riguarda gli altri fori regionali, il Venezuela non naviga in acque tranquille. All’VIII Vertice delle Americhe (Cumbre de las Americas ) tenutosi in Perú nell’aprile 2017, la cancelliera peruviana, due mesi prima del summit, annunciò di aver ritirato l’invito al Venezuela. Questa decisione ha ricevuto poi l’appoggio dei 12 Paesi del “gruppo di Lima”, degli Stati Uniti e del segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS), Luis Almagro. Proprio in questa sede, gli USA e la maggior parte degli Stati latinoamericani (e non) presenti (Argentina, Bahamas, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perú e Santa Lucía) sono stati concordi nel firmare un documento in sostegno dell’Assemblea Nazionale venezuelana, con l’obiettivo di implementare azioni in sede OAS.

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Lo stesso giorno dell’insediamento di Maduro di fronte al TSJ, del resto, il gruppo di Lima e l’OAS hanno votato una risoluzione, con 19 voti a favore su 34, dichiarando illegittimo il secondo mandato del presidente venezuelano. Questo dimostra l’allineamento di molti Paesi latinoamericani agli Stati Uniti, appoggiati in questa direzione dall’Unione Europea (Federica Mogherini ha definito quelle in cui ha prevalso Maduro «elezioni non democratiche»). Nonostante l’isolamento di Maduro nel mondo occidentale, lo stesso non vale per altri grandi attori globali, a cominciare dalla Cina, tra i principali fornitori di aiuti internazionali e di finanziamenti (in cambio di petrolio). Pechino è il secondo partner commerciale del Venezuela, dietro agli Stati Uniti. Caracas sta inoltre consolidando i rapporti, non solo commerciali, con Mosca e Teheran, Paesi accomunati dall’ostracismo di Washington.

Maduro si troverà ad affrontare molte sfide durante questo secondo mandato, non ultima quella della debolezza dello Stato sul fronte politico-istituzionale. Formalmente il Venezuela è una democrazia rappresentativa, ma alcune peculiarità della situazione politica inducono a definirla piuttosto “delegativa”. Ciò comporta che non vi sia alcuna responsabilità orizzontale del presidente, ma solo verticale, attraverso il voto elettorale. In Venezuela oggi, con una Corte Suprema filo Maduro, un Parlamento silenziato, un’Assemblea Costituente a cui sono stati conferiti pieni poteri, il presidente venezuelano può governare – come ha fatto Chávez – attraverso il cosiddetto “decretismo”, senza rendere conto ad altri organi. Questa struttura istituzionale, tuttavia, appare fragile, costituendo un chiaro ostacolo al miglioramento politico e socioeconomico del Venezuela.

Simone Careddu