//Elezioni in Sardegna, si guarda il dito e non la luna

Elezioni in Sardegna, si guarda il dito e non la luna

Le elezioni sarde di domenica hanno attirato l’attenzione di politologi ed analisti soprattutto per ciò che rivelano sugli equilibri interni del governo italiano e sul reale stato di salute delle opposizioni. Elementi, questi, che presentano certamente una grande importanza per il futuro del Paese ma che rischiano di non cogliere appieno le peculiarità dell’isola, colpita da una profonda crisi economica e demografica, con pulsioni di autonomismo e secessionismo spesso difficili da distinguere tra loro.

Ad eccezione della famosa protesta sul prezzo del latte portata avanti dai pastori locali, a livello nazionale le condizioni in cui si sarebbero svolte le elezioni in Sardegna sono state esaminate in maniera superficiale, nonostante alcuni dati molto preoccupanti avrebbero dovuto far scattare il preallarme nei palazzi romani.

È quanto ha provato a fare la federazione sarda della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola Media Impresa, che il 22 febbraio ha fatto uscire un report che analizza i dati Istat sui flussi di popolazione della Sardegna. Il quadro delineato è a tinte fosche: il 2018 ha rappresentato infatti il record storico negativo dell’ultimo ventennio, con l’isola che in cinque anni ha perso ben 25.000 abitanti (quasi 9.000 solo nello scorso anno).

Oltre al numero delle nascite che non compensa quello dei decessi, si aggiunge una forte emigrazione, soprattutto giovanile. Con 3.288 persone che hanno lasciato la Sardegna nel 2018 (più del doppio rispetto al 2017), il decremento netto confrontato con l’anno precedente arriva ad un poco lusinghiero – 5,4%, più grave persino della media del Mezzogiorno (- 4,2%), nonostante aree come Basilicata e Molise siano messe ancora peggio (rispettivamente – 6% e – 7,8% su base annua).

È vero che negli ultimi anni l’economia della Sardegna ha registrato un’inversione di tendenza ma siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi, che pure non erano idilliaci. Se il Pil sardo è cresciuto del 4% tra il 2015 ed il 2017, va infatti sottolineato come esso sia inferiore rispetto al 2008 di circa 7 punti percentuali. Dati moderatamente incoraggianti arrivano invece dal lavoro, con gli occupati che sono aumentati di quasi 80.000 unità dal 2014 ad oggi, superando anche i livelli occupazionali del 2008. Nonostante ciò, gli occupati rimangono il 56,5% della popolazione e, per giunta, il Pil pro-capite dei sardi è uno dei più bassi d’Europa, a dimostrazione di come l’isola sia ben lontana da uno sviluppo economico diffuso.

Quelle sopraelencate sono solamente alcune linee di tendenza, che mostrano però le difficoltà in cui versa, insieme alla Sardegna, una porzione molto ampia del nostro Paese. Non è un caso che si parli di una nuova “linea gotica” economica, con le regioni sotto la pianura padana escluse dalla catena tedesca di produzione del valore e destinate a diventare sempre più marginali nel contesto europeo. A tal proposito l’Italia deve monitorare per tempo i processi in atto, comprendendo la sfida strategica che si trova davanti.

La Sardegna, del resto, presenta diverse forze politiche separatiste o autonomiste (alcune delle quali pendolarmente aderenti all’una o all’altra opzione). Nonostante l’estrema parcellizzazione dei vari gruppi, esse rappresentano pur sempre un’area tutt’altro che trascurabile.

Dal Partito Sardo d’Azione ad Autodetermi-natzione, passando per il Partito dei Sardi e Sardi Liberi, la galassia sardista ha un suo peso significativo, in grado di influenzare anche le compagini politiche di diversa estrazione. Il Partito Sardo d’Azione (da cui proviene il neoeletto governatore Christian Solinas) ha raccolto quasi il 10% dei consensi, più del doppio rispetto al voto del 2014, mentre il Partito dei Sardi ha ottenuto circa il 3,7% dei suffragi.  Sardi Liberi, il partito presieduto da Mauro Pili, ha superato il 2%. Autodetermi-natzione (sigla indipendentista nata nel novembre 2017, oggi composta da realtà quali i Rossomori, Repubrica de Sardigna, Liberu, Sardigna Natzione, Gentes, Comunidades e Sardegna Possibile) ha sfiorato l’1,9%. Fortza paris e l’Unione dei Sardi (entrambe nella coalizione per Solinas) hanno ottenuto rispettivamente l’1,63% e l’1,10%.

Il sardismo, dunque, pur con le enormi differenze al proprio interno, è una realtà viva, che merita un monitoraggio costante da parte di Roma. Sottovalutare l’insofferenza di molti cittadini sardi rischia nel lungo periodo di provocare danni più gravi e di incrementare la frattura tra le due sponde del Tirreno.

Marco Valerio Solia