//L’Italia nelle Nuove Vie della Seta: opportunità e rischi

L’Italia nelle Nuove Vie della Seta: opportunità e rischi

A fine mese il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping dovrebbe arrivare a Roma per firmare con il governo italiano il MoU (Memorandum of Understanding), l’accordo che stabilirà i termini e le clausole dell’ingresso italiano nel gigantesco progetto cinese della Belt and Road Initiative.

Il progetto delle Nuove Vie della Seta, lanciato nell’autunno del 2013, ha come scopo quello di realizzare un collegamento diretto, sia marittimo che terrestre, tra Asia ed Europa. Tramite numerose acquisizioni di scali nevralgici (come diversi porti europei ed asiatici) e la costruzione di una rete infrastrutturale ben collegata, la Cina sta procedendo senza particolari intoppi verso la realizzazione della propria strategia.

Pechino è intenzionata a investire su alcuni tra i maggiori porti italiani. Trieste e Genova (considerata la loro importanza a livello nazionale) in testa, accompagnate da Ravenna, Vado Ligure e Venezia, con lo sguardo rivolto forse anche verso Palermo. Il MoU, che avrà una validità di 5 anni e sarà poi rinnovabile, dovrà contenere a livello sociale il rispetto di valori umani, ambientali e civili, ed a livello commerciale una reciprocità di base della collaborazione tra i due Stati.

Non sono tuttavia mancate polemiche, interne ed esterne, sui rischi che l’Italia potrebbe correre nel favorire i disegni infrastrutturali della Cina. L’Occidente, da quando l’amministrazione statunitense ha preso di mira la Repubblica di Xi Jinping, ha cambiato atteggiamento nei confronti delle strategie della Cina. L’espansionismo globale cinese intimorisce infatti, sia in termini economici, sia in termini strategici.

Le ultime dichiarazioni americane, infatti, sono state quelle del Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, il quale ha parlato di “opacità” nel progetto cinese e ha consigliato all’Italia di fare attenzione. Anche nell’Unione Europea qualcuno ha storto il naso per questo accordo imminente anche se, vista l’assenza di una linea europea comune riguardante i rapporti con la Cina, sono stati già 13 i Paesi membri a firmare accordi analoghi con il governo cinese. Il caso italiano quindi non può essere visto come un’anomalia all’interno dell’UE.

Nello stesso governo italiano sembrano convivere diverse visioni a riguardo ma non sembra essere in dubbio l’esito positivo dell’intesa. Sono stati, infatti, dapprima il premier Giuseppe Conte, poi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a difendere l’intesa tra Italia e Cina. L’ingresso cinese negli scali nevralgici italiani, come avvenuto per esempio con quello del Pireo in Grecia, è uno dei dubbi principali paventato dagli scettici. Bisognerà sicuramente stabilire un perimetro giuridico entro il quale gli investitori cinesi possano agire, oltre ad una gestione comune della circolazione delle merci.

Altro fattore da non sottovalutare per l’Italia è l’opportunità di un business congiunto nei Paesi eurasiatici e africani, aree dove l’esperienza e l’influenza cinesi possono aprire opportunità significative per il nostro Paese, a cominciare proprio dalle infrastrutture. Far sì che l’Italia possa avere un ruolo primario accanto alla Cina su questo fronte porterebbe enormi benefici, economici e non.

Una maggior apertura dei mercati cinesi ai prodotti made in Italy, inoltre, sarebbe sicuramente un vantaggio considerevole per il nostro export. Se il Memorandum tenesse conto di tutti questi elementi, i porti italiani interessati diventerebbero le principali porte di accesso (e di uscita) per le merci dell’Europa Centrale, riequlibrando lo storico svantaggio nei contronti degli scali del Nord Europa. Non è da escludere che sia proprio questa la ragione dietro alle proteste di alcuni Paesi europei sul protagonismo italiano nel progetto delle Nuove Vie della Seta.

Luca Sebastiani