//Il Sudan dopo il colpo di Stato: una transizione dai contorni incerti?

Il Sudan dopo il colpo di Stato: una transizione dai contorni incerti?

Dopo il colpo di Stato in Sudan e la conseguente destituzione del presidente Omar Al Bashir l’opposizione civile e quella militare fanno fatica a trovare una soluzione di compromesso che garantisca una transizione all’insegna della sovranità popolare, in grado di condurre il Paese verso nuove elezioni democratiche.

Le proteste nei confronti del governo e del presidente che per trent’anni ha governato il Paese sono cominciate lo scorso dicembre, quando migliaia di persone si sono riversate nelle piazze di diverse città per manifestare contro il rincaro dei prezzi ed il peggioramento delle condizioni di vita. Con la secessione del Sud-Sudan nel 2011, lo Stato africano ha perso le principali riserve petrolifere, riducendo i proventi derivanti dalle relative esportazioni del 75% e dimezzando le proprie entrate fiscali. Non ha sortito l’effetto sperato nemmeno l’eliminazione, nel 2017, delle sanzioni economiche imposte dagli USA nel 1997 e nel 2006.

La fine delle sanzioni aveva fatto ben sperare Khartoum, pronta a reinserirsi nelle dinamiche finanziarie internazionali, ma anche molti Paesi – tra cui l’Italia – che vedevano in quello che fino a qualche anno fa era il più grande Paese africano un interlocutore strategico nella regione. Proprio le istituzioni italiane nel 2017 hanno investito 20 milioni di euro in un piano triennale per la Cooperazione allo Sviluppo. Alcuni settori trainanti (infrastrutture, miniere, telecomunicazioni e agroindustria), inoltre, offrono ottime prospettive per il rafforzamento dei rapporti commerciali italo-sudanesi.

Il Sudan resta tuttavia incluso nella lista di Washington degli Stati che supportano il terrorismo (SSTL): ciò comporta una serie di limiti ai flussi finanziari, oltre che un disincentivo per le banche internazionali a fare affari con il Paese africano. L’accesso a valute straniere è estremamente limitato e da un anno a questa parte la forte inflazione, la volatilità del tasso di cambio e la crisi di liquidità hanno indotto il governo ad introdurre misure economiche drastiche, come l’espropriazione dei terreni e la parziale eliminazione dei sussidi sul grano e la farina, che ha portato – tra le altre cose – alla triplicazione del prezzo del pane.

Quella che all’inizio veniva chiamata la “rivolta del pane” è così diventata, con il passare dei mesi, una ribellione supportata da docenti universitari, giornalisti, sindacati e infine anche dai militari, decisivi nell’attuazione del golpe. Proprio l’esercito si era inizialmente imposto come garante durante il periodo di transizione che, stando alle dichiarazioni del ministro della Difesa Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, sarebbe dovuto durare due anni. Insieme alla liberazione dei prigionieri politici, Auf aveva tuttavia annunciato anche l’adozione dello stato di emergenza, la proclamazione del cessate il fuoco e la sospensione della Costituzione.

I manifestanti, coordinati dal gruppo Dichiarazione della libertà e il cambiamento (Dfc, una coalizione di partiti di opposizione, professionisti e sindacati) non hanno però abbandonato le piazze, ribadendo anzi la contrarietà all’ascesa di una nuova élite militare o, peggio ancora, di figure di rilievo del precedente regime. Le dimissioni di Auf sembrano voler dare un messaggio distensivo in questo senso. Incoraggiante anche la decisione, presa dai leader della Dfc e del Consiglio militare di transizione (Tmc) di istituire un’autorità congiunta civile-militare per superare le controversie.

Restano molti, tuttavia, i dubbi sul futuro delle trattative: da un lato manca un accordo su compiti, composizione e durata di questo nuovo consiglio, dall’altra ci sono influenze interne ed esterne al Paese che non mancano di farsi sentire. Il Partito del congresso popolare sudanese ad esempio, di ispirazione islamista, ha accusato gli interlocutori di escludere una parte delle forze politiche. I Paesi del Golfo, che negli ultimi 50 anni hanno investito pesantemente in Sudan e sostenuto l’ormai destituito presidente Bashir, sembrano adesso tendere la mano alla nuova leadership militare, consci dell’importanza dello Stato africano per gli approvvigionamenti alimentari della regione.

I rischi sono quelli tipici di un fase post-rivoluzionaria: nuovi scontri tra civili e militari, accentuazione del fenomeno migratorio e generale instabilità nell’area. La speranza è che il Sudan, che a partire dalla sua indipendenza ha vissuto decennali guerre civili e pagine drammatiche come il genocidio del Darfur, riesca finalmente ad intraprendere la via democratica e ad uscire dal baratro in cui era sprofondato in questi anni di dittatura.

Davide Garavoglia