//Yemen: la crisi umanitaria più grave del mondo

Yemen: la crisi umanitaria più grave del mondo

Il conflitto in Yemen è entrato nel suo quinto anno ma la situazione sembra ben lontana da una possibile risoluzione. Nonostante i negoziati internazionali proseguano, e con essi brevi periodi di cessate il fuoco, i ribelli Houti e la coalizione araba non appaiono intenzionati a riporre le armi, protraendo quella che è già considerata la crisi umanitaria più grave al mondo.

Lo Yemen risulta ad oggi diviso tra gli Houti, che occupano la zona ovest del Paese e controllano la capitale Sana’a, il governo di Hadi (nella parte centro-orientale del Paese, con sede ad Aden) ed Al-Qaida nella Penisola Araba (AQAP), che insieme ad affiliati yemeniti dello Stato Islamico hanno approfittato del caos per eseguire attacchi ed instaurarsi in alcune porzioni di territorio nel sud.

Come gli altri conflitti dell’area mediorientale, anche quello yemenita è iniziato come una guerra civile, ma ha presto visto il coinvolgimento di altri attori regionali ed internazionali. Nello specifico, gli sciiti Houti godono dell’appoggio dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, mentre il governo di Hadi può contare sul sostegno di una coalizione a guida saudita, a sua volta supportata dalle principali potenze occidentali (USA e Regno Unito in testa).

La contemporaneità della guerra siriana, una scarsa (almeno inizialmente) copertura mediatica e la convinzione (errata) che un intervento militare massiccio avrebbe in poco tempo ristabilito l’ordine, hanno di fatto condannato quello che una volta era considerato il gioiello della penisola arabica ad anni di violenze e carestie. Ai circa 65 mila morti accertati provocati dalle armi, bisogna infatti aggiungere un numero indefinito di decessi legati a malattie e malnutrizione (circa 3.000 persone hanno perso la vita nella più grande epidemia di colera della storia).

L’UNICEF ha comunicato che quasi 9 milioni di yemeniti hanno ricevuto aiuti di emergenza in denaro per far fronte alle necessità più urgenti, ma secondo Emergency circa l’80% della popolazione (24 milioni di persone) avrebbe bisogno di assistenza umanitaria. Il contributo italiano di 5 milioni di euro, appena approvato dal vice ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale Emanuela Del Re, servirà a rafforzare le attività condotte nel Paese dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, dal Programma Alimentare Mondiale e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Né la gravità della situazione né una serie di leggi nazionali ed internazionali che proibiscono la vendita di materiale bellico ai Paesi in conflitto hanno scoraggiato l’Occidente, negli scorsi 4 anni, dal rifornire l’Arabia Saudita di armi poi impiegate in Yemen. Solo recentemente, grazie alle sollecitazioni sempre più insistenti da parte di alcune organizzazioni internazionali e della società civile, una serie di Stati (inclusa l’Italia) hanno finalmente deciso di fermare l’export di armi verso Riyad.

Persino il Congresso americano si era espresso favorevolmente in merito, con il presidente Donald Trump che ha però posto il proprio veto, motivando tale scelta con la necessità di contrastare la “minaccia iraniana” e dichiarando di non avere intenzione di “indebolire la competitività degli USA e di danneggiare importanti relazioni con alleati e partner”. La presa di coscienza europea, insieme alla decisione da parte degli Emirati Arabi Uniti di ridurre le proprie truppe in Yemen, danno un minimo di speranza ai sostenitori della soluzione diplomatica al conflitto.

Gli Houti, tramite il loro leader politico Mahdi al-Mashat, si sono detti disponibili a “fermare gli attacchi missilistici e aerei se il nemico adotta misure simili e facilita il flusso degli aiuti di base attraverso i porti. Allora possiamo iniziare un processo politico”. Difficile pensare che i sauditi, dopo lo sforzo bellico ed economico di questi anni, rinuncino a portare a termine il proprio piano.

Per ora il genocidio silenzioso continua. Non sappiamo quanto bisognerà aspettare per vedere l’Arabia Felix (come lo chiamavano i Romani) tornare ad essere il gioiello della penisola.

Davide Garavoglia