//Brexit, ulteriore rinvio alle porte

Brexit, ulteriore rinvio alle porte

Lo scorso 28 agosto il premier britannico Boris Johnson aveva chiesto ed ottenuto dalla regina Elisabetta di sospendere le attività della Camera dei Comuni. Questo per far sì che le frange parlamentari anti-Brexit, o meglio anti-“No Deal”, non riuscissero a rinviare ulteriormente la data dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La regina Elisabetta, che secondo le leggi britanniche avrebbe potuto opporsi alla chiusura del Parlamento, ha invece, probabilmente per convenzione, approvato la richiesta del governo.

Sembrava così che Johnson avesse vinto la sua “battaglia”. Ma gli oppositori al No Deal hanno lanciato una mozione trasversale contro l’esecutivo per bloccare l’addio all’UE senza accordo. Ha infatti prevalso la richiesta dei laburisti di impedire un possibile No Deal senza l’approvazione parlamentare. La mozione è passata con 328 voti contro 301, grazie soprattutto ad una ventina di deputati conservatori che si sono schierati contro lo stesso partito di Johnson. La legge ha dunque ricevuto l’ok per essere esaminata (in tempo record) e, nella votazione successiva (il 4 settembre), è stata quindi approvata. Intenzione del primo ministro, secondo quanto dichiarato da lui stesso, era quella di forzare la mano a Bruxelles per trattare un nuovo accordo. A seguito della votazione, Johnson ha accusato il Parlamento di aver distrutto ogni capacità negoziale britannica nei confronti dell’Unione.

Come se non bastasse, poche ore prima del voto parlamentare, la risicata maggioranza che sosteneva l’esecutivo (conservatori più deputati del DUP, il partito unionista nord-irlandese) è venuta meno, visto che il deputato Phillip Lee è passato nelle file dei liberal-democratici. I deputati “ribelli” sono stati sospesi dal partito conservatore: tra di essi vi sono nomi eccellenti, come Ken Clarke, Philipp Hammond ed il nipote di Winston Churchill, Nicholas Soames.

Questa nuova legge impedisce di fatto il No Deal, che in teoria sarebbe avvenuto il 31 ottobre prossimo. Johnson ha la possibilità di trovare un nuovo accordo con l’UE al summit che si terrà il 17-18 ottobre. Se non dovesse riuscirci, cosa piuttosto probabile visti gli esiti delle precedenti negoziazioni, sarebbe costretto a chiedere un rinvio dal divorzio con Bruxelles fino al 31 gennaio.

Per cercare di uscire dall’impasse, Boris Johnson ha così richiesto il voto anticipato per il 14 ottobre, che per essere calendarizzato ha però bisogno dell’approvazione di due terzi del Parlamento. La richiesta, sempre nella serata del 4 settembre, ha visto il consenso di “soli” 298 deputati rispetto ai 56 contrari. Una maggioranza che non ha quindi raggiunto il quorum necessario per andare a nuove elezioni. In quest’occasione, al fine di non agevolare il No Deal, i laburisti di Corbyn si sono astenuti, nonostante siano da sempre schierati per il ritorno alle urne.

Il risultato è dunque una nuova sconfitta per Johnson, nel giro di appena poche ore. Un nuovo rinvio della Brexit sembra quindi essere molto più che probabile. Nel frattempo i Paesi dell’UE, ma anche diverse aziende britanniche, continuano a prepararsi all’ipotesi più estrema, quella dell’uscita senza accordo. In particolare si temono le possibili conseguenze sul critico scacchiere nordirlandese, dove gli effetti delle convulsioni britanniche rischiano di rompere i particolari equilibri raggiunti con la firma del Good Friday Agreement nel 1998. Un processo di pace, sofferto ma fortemente voluto dalla popolazione nordirlandese, che mai come adesso sembra essere messo in serio pericolo.

Luca Sebastiani