//Iran vs Arabia Saudita. Dalla guerra per procura allo scontro frontale?

Iran vs Arabia Saudita. Dalla guerra per procura allo scontro frontale?

«L’Iran risponderà sicuramente a qualsiasi minaccia e chiunque voglia che il suo Paese diventi il campo di battaglia principale può iniziare la guerra». Queste le parole del capo dei Pasdaran Hossein Salami durante il discorso tenuto in occasione del 39° anniversario dell’inizio del conflitto Iran-Iraq.

Il botta e risposta tra esponenti sauditi, americani ed iraniani va avanti da mesi, anche se quella che negli ultimi anni è stata una proxy war combattuta in Siria e Yemen sta prendendo sempre di più la forma di uno scontro frontale. Ultimo episodio, sicuramente il più eclatante, è l’attacco con 18 droni e 7 missili cruise ai danni dell’impianto petrolifero di Abqaiq e del giacimento di Khurais (entrambi gestiti dalla società statale saudita Aramco) del 14 settembre scorso, che ha dimezzato (per il momento) la produzione di greggio dell’Arabia Saudita.

Nonostante l’aggressione sia stata rivendicata dai ribelli Houti yemeniti, Riyad e Washington (subito seguiti da Londra) hanno immediatamente puntato il dito contro Teheran, accusando il regime degli ayatollah inizialmente di esserne il mandante (oltre che il fornitore delle armi) ed in seguito di esserne l’esecutore materiale. Il presidente Rohani ha immediatamente smentito le accuse, pur suggerendo ai sauditi di vedere l’attacco come «un avvertimento per porre fine alla guerra nello Yemen ».

A circa una settimana dagli attacchi, il presidente del Consiglio politico degli Houti, Mehdi Machat, ha annunciato che interromperà tutti i raid contro l’Arabia Saudita nella speranza che ciò possa aiutare la risoluzione del conflitto, a patto che lo stesso avvenga da parte di Riyad. Un’apertura che coincide con la proposta iraniana di un piano di pace per la regione del Golfo: la “Coalizione per la speranza” si pone come obiettivo quello di mettere al tavolo tutti i Paesi interessati (inclusi Stati Uniti, Russia, Cina) per regolare politicamente i contrasti ed evitare un’escalation di violenza dalla quale sarebbe difficile tornare indietro.

La proposta sarà presentata dallo stesso Rohani questo mercoledì all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York. Il presidente iraniano ha evidenziato come le minacce ed i problemi legati alla sicurezza nella regione siano causati dalla presenza straniera. Rohani si è inoltre dichiarato disponibile a tendere la mano verso i Paesi vicini, superando i contrasti del passato. È chiaro il riferimento agli Stati Uniti ed alla decisione presa da Trump di inviare nuove truppe in Arabia Saudita, al fine di potenziarne la difesa aerea e missilistica.

Una cosa è certa: Teheran, che sia mandante morale o materiale dell’attacco, ha dimostrato in questi mesi di essere in grado di colpire dove vuole, dal proprio territorio o da quello di uno dei Paesi nei quali può disporre di una forte influenza, con una tecnologia militare piuttosto elaborata che sembrerebbe non aver risentito affatto dell’embargo sulle armi. L’Arabia Saudita, al contrario, ha dimostrato la propria dipendenza dagli USA e la sua vulnerabilità, tale da essere incapace di proteggere la propria principale fonte di introiti ed ora addirittura costretta ad importare petrolio per rispettare le consegne.

Continuano insomma le prove di forza nello scacchiere del Golfo Persico, con Stati Uniti ed Iran che dichiarano di non volere la guerra ma si preparano a farla. Non ci resta che attendere per vedere se il “piano di pace” di Rohani avrà qualcosa di concreto o sarà invece propaganda. E soprattutto, quale sarà la risposta di un Trump ormai a fine mandato.

Davide Garavoglia