//Ucraina Gate: la Casa Bianca alle prese con un nuovo terremoto

Ucraina Gate: la Casa Bianca alle prese con un nuovo terremoto

Fin dall’insediamento alla Casa Bianca nel gennaio 2017, la presidenza Trump ha dovuto gestire diverse crisi istituzionali, potenzialmente in grado di far tramontare precocemente l’astro politico del tycoon americano.

Quella più celebre, scoppiata appena pochi mesi dopo l’inizio del mandato e terminata solo nel marzo di quest’anno, è conosciuta dal grande pubblico come “Russia Gate”. Tale inchiesta giudiziaria, conclusasi per assenza di prove, indicava in un presunto intervento russo uno dei fattori decisivi per la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016. Oggi, con l’approssimarsi delle nuove presidenziali (novembre 2020), l’amministrazione USA incontra sul proprio cammino una nuova pietra d’inciampo, che rischia di far giocare all’inquilino della Casa Bianca una partita per la rielezione tutta in salita. “Ucraina Gate” sarà al centro della lotta politica e giudiziaria dei prossimi mesi, con esiti difficilmente prevedibili per il destino della superpotenza.

Settori dell’intelligence e testate vicine ai democratici hanno scoperchiato in questi giorni un enorme vaso di Pandora: Donald Trump, al telefono lo scorso luglio con il suo omologo ucraino, il neoeletto Volodomir Zelenskij, avrebbe chiesto all’interlocutore di far riaprire un’indagine per corruzione e riciclaggio contro Hunter Biden, figlio di Joe, il più quotato partecipante alle primarie dem, dunque possibile sfidante di Trump alle presidenziali del prossimo anno. Hunter Biden sin dal 2014 ha infatti seduto nel consiglio d’amministrazione di Burisma Holdings, una società ucraina (la cui sede legale è però a Cipro) attiva nel settore del gas.

«Si parla molto del figlio di Biden. [Si dice] che Biden bloccò l’inchiesta […] tutto ciò che puoi fare con il procuratore generale sarà grandioso». Queste le parole di Trump, secondo quanto si può leggere nella trascrizione della conversazione telefonica, pubblicata dopo lo scandalo per volontà dello stesso presidente. Il procuratore generale americano (l’equivalente del nostro ministro della Giustizia) è William Barr. Donald Trump, dunque, ha espresso con il presidente ucraino il desiderio che si interfacciasse con Barr e con Rudy Giuliani, avvocato di Trump e celebre ex sindaco di New York, al fine di danneggiare il probabile rivale.

Joe Biden, infatti, è considerato uno sfidante altamente competitivo. Senatore democratico dal 1972 al 2009, ha ricoperto la carica di vicepresidente sotto l’amministrazione Obama, passando alla storia come il primo cattolico a ricoprire quel ruolo. Alle scorse presidenziali Biden rifiutò di presentare la propria candidatura, a differenza di quanto optato in quest’occasione, dove, come detto in precedenza, ha delle discrete possibilità di giocarsela.

Occorre precisare come la trascrizione non sia accurata al 100%, perché basata sui ricordi e sugli appunti dello staff, secondo quanto riportato all’inizio del documento declassificato da Washington

Tra le accuse più gravi mosse dai democratici a Donald Trump l’aver condizionato l’erogazione allo Stato ucraino di 391 milioni di dollari (precedentemente bloccati) alla riapertura dell’inchiesta contro Hunter Biden. Il presidente americano, ad ogni modo, ha rispedito al mittente gli attacchi, derubricandoli come pretestuosi, sferrati solo per lederne l’immagine pubblica. Il tycoon ha ammesso di aver parlato durante la telefonata con Zelenskij anche del figlio di Biden, negando però di aver fatto qualsiasi tipo di pressione nei confronti di Kiev.

Inutile dire che le rassicurazioni di Trump non abbiano frenato i democratici, che si preparano a chiederne l’impeachment (Hillary Clinton è arrivata a parlare nientemeno che di “tradimento”). Un’eventuale defenestrazione del presidente è comunque improbabile, visto che i repubblicani possono godere della maggioranza al Senato. Ciò che però viene ulteriormente evidenziato è la profondità delle convulsioni della superpotenza, arrivata ad un livello inedito di polarizzazione politica. Ancora una volta, inoltre, la “questione ucraina” si trasforma in un terreno di scontro interno, con i rapporti con la Russia sullo sfondo, “nemico necessario” per ricompattare gli apparati a stelle e strisce, che dopo la “vittoria” nella Guerra fredda necessitano di sfide esterne per perpetuarsi e riconfigurarsi.

Marco Valerio Solia