//Brexit, colpo di scena sul confine irlandese?

Brexit, colpo di scena sul confine irlandese?

L’incontro di giovedì scorso tra Boris Johnson e l’omologo irlandese Leo Varadkar ha aperto degli spiragli inaspettati sulla possibilità di trovare finalmente un’intesa per l’annosa questione del confine nord-irlandese, vera posta in palio del braccio di ferro tra Londra e Bruxelles sulla Brexit. Anche se non sono trapelati ulteriori dettagli, l’ottimismo dei due protagonisti fa ben sperare per il raggiungimento di un accordo.

Mancano ormai poche settimane all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, fissata per il 31 ottobre, con alle porte l’ipotesi di un possibile “no deal” (non accordo) fra le parti che spaventa gli osservatori internazionali.

Il premier britannico Boris Johnson, durante il recente congresso del partito conservatore a Manchester, ha dichiarato che qualora non si trovasse un accordo sul confine irlandese l’uscita della Gran Bretagna dall’UE non subirebbe comunque proroghe rispetto alla data prevista.

Dopo il fallimento di Theresa May le posizioni degli attori in gioco si sono ulteriormente irrigidite. Da un lato i conservatori e gli unionisti del DUP rivendicano l’unità politica del Regno, con un libero confine tra le “due Irlande” visto come una minaccia all’integrità territoriale. Il timore è che la permanenza dell’Irlanda del Nord nel mercato unico avvicinerebbe pericolosamente quest’ultima alla Repubblica d’Irlanda. Lo spettro della riunificazione dell’isola (che sancirebbe nientemeno che la fine del Regno Unito) agita dunque i sonni di vasti settori della politica britannica, rendendo ancor più difficile il raggiungimento di un accordo.

Dall’altro lato l’UE ha ribadito come creare un confine fisico potrebbe provocare un nuovo periodo di disordini. Sono ancora vivi i drammatici ricordi dei “troubles”, iniziati alla fine degli anni Sessanta e terminati circa 3 decenni dopo con gli accordi del Venerdì Santo, firmati a Belfast nell’aprile del 1998.

Non è un caso dunque che la questione del confine irlandese abbia sin da subito rappresentato il principale ostacolo nel raggiungere un’intesa tra le parti.

Appena pochi giorni fa il leader conservatore aveva presentato alla Commissione Europea una proposta in cui l’uscita dell’Irlanda del Nord veniva posposta alla fine del 2021. Dopo tale termine i confini fisici sarebbero stati fissati, per la durata di quattro anni, non a ridosso della zona frontaliera. Se tale ipotesi fosse stata accettata, il Nord Irlanda per 6 anni sarebbe rimasta un membro a tutti gli effetti del mercato unico europeo per i beni agricoli e industriali, beneficiando dell’esenzione dell’IVA europea e del codice doganale.

La proposta, articolata in cinque punti, era stata presentata fino a pochi giorni fa dal primo ministro Boris Johnson come l’unica via possibile per scongiurare il famigerato “no deal”.

L’ipotesi di accordo presentata il 2 ottobre dal Regno Unito non aveva però riscontrato l’accoglienza positiva di Bruxelles. I 27 ambasciatori dei Paesi membri avevano infatti rigettato la proposta ritenendola insoddisfacente.  Una decisione che ha complicato ulteriormente le trattative, rese ancor più difficili dalla spada di Damocle che grava su Boris Johnson, quella del “Benn Act”, la legge anti “no-deal” votata dal Parlamento britannico che obbliga il primo ministro a chiedere una proroga di tre mesi, nel caso in cui non venga raggiunto un accordo fra le parti entro il 19 ottobre, data del prossimo Consiglio Europeo.

L’incontro tra Johnson ed il Taoiseach irlandese ha ridato speranza dopo settimane di pessimismo, rendendo forse possibile un’uscita non traumatica di Londra dall’Unione Europea. Se questo sarà sufficiente per scongiurare il ritorno della violenza nell’Ulster è però ancora tutto da capire.

Emilio Gallassi