//Invasione turca: quale futuro per i curdi siriani?

Invasione turca: quale futuro per i curdi siriani?

Il piano turco è chiarissimo e non è mai stato un mistero: impedire ai curdi di controllare il confine meridionale. E se fino a poche settimane fa non erano intervenuti così pesantemente, ciò si doveva soltanto alla presenza ancora troppo ingombrante dei soldati americani. Iniziata a maturare in seguito alle prime dichiarazioni di Trump, l’operazione “Fonte della Pace” (così battezzata dal presidente turco Erdogan) ha di fatto preso il via con il progressivo – e criticatissimo – ritiro delle truppe USA dal nord-est della Siria.

Sebbene ci siano almeno due precedenti conclamati di intervento turco in Siria dall’inizio del conflitto (le operazioni “Scudo dell’Eufrate” e “Ramoscello d’Ulivo”), questa è la prima volta in cui il bersaglio dell’incursione sono esplicitamente i curdi. Nelle due sortite precedenti l’obiettivo dichiarato erano stati infatti i combattenti dello Stato Islamico, anche se di fatto (soprattutto nella seconda delle due campagne militari, quella che ha colpito Afrin) chi ha subito maggiori perdite sono stati proprio i curdi siriani.

I miliziani curdi siriani delle Unità di protezione del popolo (Ypg) sono considerati da Ankara terroristi legati al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), da sempre in lotta contro il governo turco per ottenere l’indipendenza. Seppure le due formazioni siano considerate gemelle ed abbiano effettivamente collaborato in diverse occasioni, il modello adottato nel Rojava (letteralmente “la terra dove tramonta il sole”) è un unicum che sin dall’inizio ha attratto le simpatie occidentali. Emancipazione femminile, Costituzione di stampo democratico, economia sostenibile e forte autonomia delle comunità locali sono alla base del sistema messo in piedi in una regione fino a pochi anni fa controllata quasi interamente dallo Stato Islamico.

Paradossalmente, proprio la sconfitta (almeno da un punto di vista territoriale) dell’ISIS, che ad est dell’Eufrate è stata ottenuta essenzialmente grazie ai combattenti curdi in coalizione con gli americani, potrebbe aver segnato l’apice e l’inizio del declino dell’esperienza governativa autonoma nella Siria settentrionale. La nuova linea americana, nel segno del disimpegno militare in Medio Oriente, ha permesso a Russia prima e Turchia poi di colmare i vuoti a stelle e strisce.

Non c’è dunque da stupirsi se, appena è stato possibile, il presidente Erdogan ha dato inizio ad una manovra militare volta a creare una zona-cuscinetto tra i due Paesi, dividere le rispettive aree a maggioranza curda e ripopolarle con gli immigrati siriani che negli anni hanno varcato il confine. Venuto meno il supporto americano, i curdi si sono visti costretti a chiedere aiuto a Bashar Al-Assad, pur di non soccombere definitivamente all’invasore turco.

Il presidente siriano ha approfittato della situazione per tornare in un territorio che ormai da anni non controllava più, per frenare le mire espansionistiche di Ankara e per prepararsi al meglio alla riconquista di Idlib, ultima roccaforte dell’opposizione che la Turchia potrebbe a questo punto smettere di sostenere. Il tutto con il monitoraggio esperto della Russia, sempre più leader nell’area ed incredibilmente risoluta nello sfruttare a proprio vantaggio l’evolversi delle circostanze.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha caldeggiato la normalizzazione dei curdi, insistendo affinché tornino sotto il governo della Siria e «non rimangano unità armate illegali in Siria» che possano mettere in pericolo la sicurezza della Turchia e di altri Stati.

I combattimenti sono stati sospesi in seguito alla tregua concordata da Washington e Ankara lo scorso giovedì. Tale accordo prevedeva, come puntualmente è accaduto, che i curdi si ritirassero dalla città siriana di Ras al-Ain. Con il memorandum d’intesa siglato ieri a Sochi, Erdogan e Putin hanno stabilito un nuovo cessate il fuoco di 150 ore per consentire alle milizie del Ypg di abbandonare la “fascia di sicurezza”. A seguito di ció, i due paesi pattuglieranno congiuntamente una fascia di terra che si estende per 400 km lungo il confine e per 10 km all’interno della Siria.

Non vale la pena soffermarsi sul penoso tentativo di Trump di giustificare con accuse raffazzonate (e qualche gaffe) l’abbandono di quelli che sino a ieri erano suoi alleati. E’ utile invece notare come il tycoon, forse dopo aver constatato gli effetti della sua decisione, stia valutando seriamente l’ipotesi di mantenere un contingente di circa 200 militari nella zona, per scongiurare il riemergere dell’ISIS, ma soprattutto per presidiare i pozzi di petrolio al momento gestiti dai curdi.

Si allontana sempre di più, ed in maniera irreversibile, la speranza di indipendenza (o di maggiore autonomia) per quello che alcuni consideravano già il Kurdistan siriano. Il modello Rojava è tramontato insieme al sole.

Davide Garavoglia