2019, le proteste di piazza infiammano il mondo

Il 2019 potrebbe essere ricordato come l’anno delle proteste di piazza (e delle rivolte) che hanno preso piede in tutto il mondo: dal Cile a Hong Kong, passando per Barcellona, Francia, Venezuela e Haiti, ma anche per il Libano e per l’Iraq.

L’ultimo caso in ordine cronologico è quello boliviano. Le motivazioni sono ovviamente diverse, le cause scatenanti anche, ma il filo conduttore che accomuna questi eventi è l’impressionante quantità di persone scese per le strade e la fermezza con cui le forze dell’ordine hanno reagito. La piazza ha ritrovato dunque un suo particolare “fascino” ed una sua rilevanza.

Il caso indipendentista catalano ha visto, già da qualche anno, l’alternarsi di manifestazioni pacifiche a scontri e disordini tra le forze di polizia ed i violenti, spesso giovanissimi. Nell’ultimo periodo è stata indetta una rivolta permanente, con i feriti e gli arresti che sono centinaia, e i danni che si aggirano sui due milioni di euro.

C’è da dire che la stragrande maggioranza della popolazione continua a manifestare in maniera pacifica, cercando di isolare le frange più accese.

In Cile la protesta è partita il 18 ottobre a causa del rincaro del prezzo dei biglietti della metropolitana di Santiago; un aumento del prezzo che era già salito in pochi anni e che ha visto come risposta da parte della popolazione un uso illegale massiccio dei mezzi di trasporto. Quando le metropolitane sono state chiuse ed il servizio interrotto, le manifestazioni sono dilagate nel Paese, pretendendo le dimissioni del presidente Piñera.

L’aumento dei biglietti della metropolitana, ovviamente, è stata solo la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, con la protesta che in breve tempo si è concentrata su temi ben più seri, come il miglioramento della sanità e dell’istruzione pubblica. Il malcontento è stato indirizzato, più in generale, contro le disuguaglianze sociali, molto forti nel Paese del Cono Sud. Il Cile è infatti uno degli Stati più ricchi dell’America Latina, ma presenta disparità sociali molto acute. Dall’inizio delle manifestazioni si parla di una ventina di vittime.

Il caso di Hong Kong è simile nelle modalità a quello cileno perché la protesta della popolazione, partita contro una legge sull’estradizione per i colpevoli di determinati reati, in realtà si è trasformata in poco tempo in una protesta più ampia contro l’ingerenza cinese sul destino della città e per il mantenimento ed il rispetto della formula “Un Paese, due sistemi”.

I manifestanti, infatti, richiedono a gran voce un’inchiesta in cui venga fatta luce sulla condotta delle forze dell’ordine, il rilascio dei manifestanti arrestati e, soprattutto, le dimissioni di Carrie Lam, Capo Esecutivo di Hong Kong. Essi vengono paragonati da Pechino a dei terroristi, come già successo nella regione dello Xinjiang. Nei primi giorni di ottobre il governo di Hong Kong ha invocato lo stato di emergenza.

Neanche il Medio Oriente può dirsi tranquillo. In Libano il premier Hariri ha rassegnato le dimissioni dopo le ondate di manifestazioni contro la corruzione, il carovita e la crisi economica; le proteste sono nate in particolare contro alcune imposte su benzina, tabacco e l’uso dello strumento di messaggistica di WhatsApp. In Iraq migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per protestare, anche qui, contro la corruzione ed il carovita. Nel caso iracheno, anche per via di influenze politiche e geopolitiche esterne, la violenza si sta inasprendo, con i feriti che si contano a migliaia, mentre i morti sono più di cento.

Tornando al quadrante sudamericano, si segnala il caso boliviano. Il presidente Evo Morales si è dovuto dimettere domenica scorsa, dopo tre settimane di violente proteste, con gli oppositori che non hanno riconosciuto gli esiti delle elezioni del 20 ottobre. A questi si sono uniti anche gli apparati di polizia e delle forze armate, dopo che i disordini avevano causato centinaia di feriti e tre morti. Morales, al potere dal 2006, è scappato in Messico definendolo un colpo di stato.

Se torniamo indietro di qualche mese ricordiamo come ad inizio anno ci siano state violente proteste in Venezuela, a causa della crisi sociale, politica ed economica in cui versa tuttora il Paese; dalla fine del 2018 le proteste dei “Gilets Jaunes” hanno incendiato le piazze di tutta la Francia, continuate anche per tutto il 2019. Ad Haiti le violenze per le strade durano da mesi, con decine di vittime. Chi protesta vuole le dimissioni del presidente Jovenel Moise, lamentandosi della corruzione e della povertà dilagante nel Paese.

Tutte queste manifestazioni, il cui lato pacifico e quello violento vengono di fatto uniti da una dura repressione da parte delle forze di sicurezza, hanno come minimo comun denominatore il fatto che, dopo poco tempo, paiono riuscire a raggiungere la maggior parte dei propri obiettivi: le dimissioni di determinati esponenti politici, la creazione di nuovi governi o le bocciature di proposte di legge duramente contestate. Nonostante questo, le manifestazioni non si placano e vengono prolungate il più possibile, cercando di inglobare nuovi temi, richieste e soluzioni.

Questo è probabilmente l’aspetto nuovo e caratterizzante del 2019. Il trend probabilmente viene favorito da una sfiducia sempre maggiore da parte della popolazione, specialmente negli strati sociali più deboli, verso le istituzioni, i governi ed i rappresentanti politici. Anche senza tener conto delle proteste per il cambiamento climatico che hanno interessato le piazze del mondo (per lo più occidentale) e che sicuramente rientrano in un diverso ambito, i numeri dicono che sono milioni le persone che hanno deciso di scendere in piazza.

Se non verrà effettuato un cambiamento tangibile, che riesca a soddisfare realmente le diverse rivendicazioni in giro per il mondo, anche il 2020 sarà teatro di scontri e disordini.

Luca Sebastiani