La crisi conservatrice: l’America Latina verso nuovi equilibri geopolitici

Dal 2008 al 2018 l’America Latina sembrava essere entrata in una nuova fase storica, che gli analisti avevano definito la “svolta conservatrice”: in un decennio la cartina del continente era passata dal rosso al blu, la destra neoliberista aveva conquistato il Cile, l’Argentina, la Colombia, il Perù ed il Brasile, i più importanti Paesi del Sud America. Il socialismo latinoamericano, il cosiddetto “socialismo del siglo XXI”, sembrava essere entrato in crisi. Ma il 2019 ha riservato una serie di inaspettate sorprese, che hanno rimescolato le carte in tavola.

La prima battuta d’arresto del conservatorismo latinoamericano ha avuto luogo nell’America Centrale, scardinando completamente la dinamica del “giro conservador”. Il Messico, seconda economia del continente, è stato teatro di un vero e proprio tsunami politico: il primo dicembre del 2018 si è insediato il governo di Andrés Manuel López Obrador, leader del Movimiento Regeneración Nacional. Per la prima volta nella storia messicana una forza politica socialista espressamente ostile al neoliberismo ha preso in mano le redini del Paese con il 53,19% dei voti.

Nessun partito era mai riuscito a raggiungere un numero di consensi così alto alle presidenziali. Un cambio di rotta senza precedenti che ha inaugurato una nuova fase politica subito battezzata la “quarta trasformazione”, dopo le tre grandi trasformazioni storiche del Messico: l’indipendenza del 1821, la riforma del 1862 e la rivoluzione del 1911.

L’irruzione di un governo socialista messicano nello scenario politico della regione è stata la prima tappa di un’inversione di tendenza che nel giro di meno di due anni ha ribaltato le sorti dell’America Latina. In Bolivia, le elezioni del 20 ottobre hanno riconfermato la presidenza di Evo Morales, da sempre in prima linea contro la politica regionale degli Stati Uniti. I risultati in campo economico e sociale di Evo Morales, del resto, sono innegabili. Una vittoria elettorale che ha innescato in breve tempo quello che appare come un colpo di Stato militare a tutti gli effetti, aprendo una violenta crisi politica i cui esiti sono incerti: le vittime tra i manifestanti che si sono opposti al cambio di governo sono più di 10. Evo Morales è adesso in esilio, mentre Jeanine Añez si è autoproclamata presidente, entrando nel Palazzo presidenziale agitando un’enorme Bibbia.

Una vittoria schiacciante, al primo turno, è stata quella di Alberto Fernández, candidato presidente della coalizione “Todos”, espressione del peronismo kirchnerista, alle elezioni del 27 ottobre 2019. La sfida è grande per il nuovo governo: Mauricio Macri, il presidente argentino uscente, ha lasciato un Paese in condizioni socioeconomiche critiche. Nel 2015, per liberalizzare l’economia, Macri aveva affidato il tasso di cambio peso/dollaro al mercato ed in questo regime di cambi flessibili il valore del peso argentino è crollato.

L’Argentina, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2019 ha raggiunto il terzo posto mondiale per livello di inflazione ed in quattro anni di governo neoliberista il rapporto debito pubblico/PIL è raddoppiato, passando dal 52,6% al 100,4%, il tasso più alto a livello globale del 2019. Macri nel 2018 ha negoziato con il Fondo Monetario Internazionale un prestito di 57 miliardi di dollari (un record per la storia di questo organismo) e ripagare questo enorme debito sarà il principale problema dell’Argentina nei prossimi anni. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Censo della Repubblica Argentina, inoltre, la popolazione povera del Paese è passata dal 30,3% del 2016 al 35,4% del 2019.

Il fallimento delle politiche liberiste in Argentina ha aperto nuovi spazi di manovra per le forze social-popolari che ruotano attorno all’asse peronista, ma il futuro è incerto di fronte alle macerie lasciate dal macrismo. Contemporaneamente a quelle argentine si sono svolte nuove elezioni anche in Uruguay, dove il Frente Amplio, partito formato dalle anime storiche della sinistra uruguayana (al governo da 15 anni), ha vinto con il 38,51%, registrando un calo di consensi netto rispetto al 47,81% delle elezioni del 2014.

Il calo è dovuto all’improvvisa comparsa di una nuova forza politica nello scenario uruguaiano: il Cabildo Abierto, partito di destra sociale fondato a marzo 2019, che in pochi mesi ha catalizzato una larga fetta di elettorato ottenendo il 10,72% dei voti alle elezioni del 27 ottobre. Il ballottaggio di novembre decreterà i nuovi rappresentanti del governo di Montevideo. 

Il socialismo latinoamericano sembrava essere entrato in una profonda crisi anche in Venezuela, il Paese che dal 1999, anno in cui salì al potere Hugo Chávez, ne ha rappresentato una delle piazzeforti. Il governo di Nicolás Maduro, erede diretto del chavismo, da gennaio 2019 ha giocato un duro braccio di ferro con l’opposizione guidata da Juan Guaidó, liberal-progressista esponente di Voluntad Popular, che si è autonominato Presidente ad interim del Venezuela, mentre nelle strade si moltiplicavano violenti disordini e scontri a fuoco.

La guerra intestina venezuelana è evidentemente il riflesso degli attriti globali tra superpotenze: Stati Uniti ed Unione Europea hanno riconosciuto come legittimo presidente Guaidó, mentre Cina e Russia sono rimaste al fianco di Maduro; il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ed il suo omologo americano Mike Pompeo si sono scambiati reciproche accuse di ingerenza. La crisi venezuelana, nonostante non si sia ancora conclusa, è entrata in una fase di stabilità. Guaidó non è riuscito a strappare il potere a Maduro, che si è aggiudicato una vittoria fondamentale sul piano geopolitico, forse la più simbolica: il Paese con le più grandi riserve petrolifere del pianeta rimane fuori dall’orbita statunitense e resiste al tentativo di regime change.

Il 2 ottobre 2019 migliaia di persone sono scese nelle strade dell’Ecuador per manifestare contro l’abolizione dei sussidi sulla benzina. Quest’azione era una conseguenza della riforma dei tagli alla spesa pubblica, volta a ridurre il deficit di bilancio in seguito alla firma di un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (che ha concesso un prestito di 4,2 miliardi di dollari). Le proteste, animate dalle comunità indigene e dai movimenti sociali, si sono presto trasformati in focolai di rivolta che hanno paralizzato il Paese (continua…)

Valerio Ferri

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