//Italia senza futuro? Crisi della natalità e rilancio demografico

Italia senza futuro? Crisi della natalità e rilancio demografico

Il tema del crollo delle nascite rappresenta una delle principali sfide che il nostro Paese sarà chiamato ad affrontare nel proprio futuro. Le dinamiche della denatalità e le criticità strutturali ad essa connesse non sono certamente limitate al caso italiano ma si sviluppano su un fronte più vasto.

Come ha scritto il demografo Livi Bacci su Limes: “All’inizio del Novecento, un abitante del mondo su quattro viveva in Europa (Russia inclusa); alla metà di questo secolo appena un abitante su quattordici sarà europeo. Queste due cifre offrono la sintesi della profonda trasformazione geodemografica del mondo, che con passo lento ma continuo ha fatto un lungo percorso”.

Tale riflessione permette di comprendere la relativa perdita di centralità del Vecchio Continente sullo scacchiere mondiale, con una sorte non differente per quanto concerne l’Italia. Considerando la graduatoria mondiale per numerosità della popolazione, il nostro Paese è infatti passato dal decimo posto del 1950 al ventitreesimo del 2017. Qualora non si registrassero energiche inversioni di tendenza, da qui alla metà del secolo saremo destinati a scendere ulteriormente, posizionandoci al trentunesimo posto.

Il paragone non migliora ove si considerasse solamente lo scenario mediterraneo. Alla metà del Novecento la popolazione italiana superava del 10% quella francese e sopravanzava da sola tutte le popolazioni nordafricane. Ad oggi il quadro è ribaltato: si calcola infatti che nel 2050 i francesi saranno il 20% in più degli italiani, con i nordafricani addirittura cinque volte il numero degli abitanti della penisola.

In termini assoluti e senza annoverare il saldo migratorio, con il tasso di crescita attuale (negativo) nel 2050 l’Italia conterebbe 8 milioni di abitanti in meno, un numero che fa comprendere in tutta la sua portata l’urgenza di un problema che per il Paese può risultare esiziale.

Come scritto in un precedente articolo di Polikòs, gli ultimi anni hanno visto proseguire il trend negativo di nascite, attestandosi sin dal 2015 sotto le 500.000 unità.  “La riduzione delle nascite è netta – scrive sempre Livi Bacci – dovuta (per circa un decimo di punto) alla diminuzione della fecondità delle coppie e soprattutto all’assottigliarsi numerico delle donne in età riproduttiva”.

Le donne tra i 25 ed i 40 anni (la fascia d’età che mette al mondo i quattro quinti delle nascite) erano nel 2008 circa 6,7 milioni, scese nel 2016 a 5,9 milioni. Sempre secondo questi tassi di natalità, le donne in quella fascia d’età toccheranno tra appena tre anni (2021) quota 5,2 milioni.

Tali dati non possono lasciare indifferenti: nonostante il poco spazio occupato nel dibattito pubblico, la questione demografica è la principale criticità che attanaglia il nostro Paese e merita per questo motivo la massima attenzione da parte di analisti e decisori politici. In questa sede non sono state toccate molte delle ripercussioni innescate da questi processi ma l’impatto sistemico appare della massima pericolosità.

I numeri sopra esposti evidenziano immediatamente un significativo ridimensionamento geopolitico di Roma, la cui taglia si fa progressivamente più piccola. Il crollo demografico non mina solamente il ruolo italiano nelle relazioni internazionali ma va ad intaccare l’economia del Paese nella sua globalità, a cominciare dalla tenuta del sistema pensionistico fino ad arrivare allo Stato sociale.

Il pericolo maggiore, tuttavia, non è di natura economica ma tocca le sfere della cultura e del senso. Immersa in una profonda crisi esistenziale, l’Italia sembra non voler perpetuare se stessa.

Marco Valerio Solia