//Italiani a rischio estinzione. Per rilanciare la natalità serve una terapia d’urto

Italiani a rischio estinzione. Per rilanciare la natalità serve una terapia d’urto

Le dimensioni del crollo demografico italiano diventano con il passare degli anni sempre più allarmanti. La pubblicazione nelle scorse settimane, ad opera dell’ISTAT, del “Rapporto annuale 2019” ha riacceso i riflettori su un tema, quello della denatalità, che mette una seria ipoteca sul futuro del nostro Paese.

L’aspetto demografico non è l’unico trattato nel Rapporto ma costituisce certamente quello più preoccupante. Sono quasi 440.000 i nuovi nati nel 2018: un dato che, se comparato con quello dell’anno precedente (quando le nascite si erano attestate intorno alle 458.000), mostra un calo di oltre 18.000 unità. Un trend, quello in atto, che vede una costante contrazione delle nascite senza apparenti prospettive di miglioramento.

Sin dal 2015 le nascite nel nostro Paese erano scese sotto la soglia del mezzo milione (485.000), declinando ulteriormente l’anno successivo (473.000), fino ai dati sconfortanti degli ultimi due anni censiti. I numeri sono particolarmente gravi ove si consideri che i nati nel 2018 sono meno della metà di quelli del 1970, quando in Italia si registravano più di 900.000 nascite. Si tratta ovviamente di un circolo vizioso, che nei prossimi anni vedrà ulteriormente diminuire il numero di nuovi nati.

Il calo delle nascite sta dunque determinando una significativa diminuzione della popolazione nazionale, con il cosiddetto saldo naturale (che confronta nascite e decessi di un Paese) che nel 2018 ha raggiunto le -193.000 unità. Aggiungendo a questi anche i numerosi italiani che hanno lasciato la penisola per trasferirsi all’estero il quadro appare estremamente critico. Su diversi media è stato infatti sottolineato come dal 2014 ci siano circa 400.000 italiani in meno, paragonabili ad una città come Firenze o Bologna, ad ulteriore dimostrazione dell’emergenza demografica che l’Italia deve provare ad arginare.

«È un segnale particolarmente eloquente – ha commentato il presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo in occasione della presentazione a Montecitorio del Rapporto 2019 – È un evento, di cui si ha memoria nella storia d’Italia unicamente risalendo al lontano biennio 1917-1918, non a caso ad un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di spagnola».

Già nel febbraio dell’anno scorso, durante il convegno di Polikós “Italia senza futuro. Crisi della natalità e rilancio demografico”, Blangiardo aveva avuto modo di esporre le sconfortanti tendenze che attanagliano la società italiana, con il nostro Paese che si colloca, in fatto di nascite, tra i meno prolifici al mondo.

Non è un caso che alcuni settori del governo più sensibili al tema abbiano proposto un incremento del bonus bebè, la cui entità attuale è considerata del tutto inadeguata agli scopi. Tale strumento, introdotto nel 2015 per la durata di un triennio (fino al 2017) e successivamente esteso al 2018 e poi al 2019, prevede un assegno di appena 80 euro mensili (maggiorabile fino al 20% in caso di un secondo figlio venuto al mondo nello stesso anno, gemelli compresi) per i figli nati o adottati in quell’anno da famiglie il cui ISEE sia pari o inferiore ai 25.000 euro. La durata di tale assegno è di appena un anno (dalla nascita o dall’adozione), del tutto insufficiente dunque a sostenere la famiglia nella crescita del bambino.

Un aumento significativo dell’importo, unito ad un allargamento della platea dei beneficiari (destinandolo quindi anche a famiglie con ISEE più elevati), insieme al necessario protrarsi nel tempo (possibilmente fino all’età adulta del bambino), darebbe al bonus bebè così concepito un’effettiva capacità di incidere sulle scelte demografiche del nostro Paese.

Allo stesso tempo occorre segnalare come l’assegno di natalità sia soltanto uno (per quanto imprescindibile) degli strumenti da introdurre per favorire nuove nascite. I temi del lavoro e della sicurezza economica risultano ineludibili per intervenire sul fenomeno, congiuntamente al tardo ingresso dei giovani nel mondo professionale che ritarda scelte di vita e dinamiche familiari di lungo periodo. In tale direzione è quasi banale sottolineare la necessità di implementare la spesa pubblica produttiva in favore dell’occupazione, aiutando le nuove generazioni a coniugare l’ambito lavorativo e quello familiare, migliorando la logistica nei servizi alla famiglia e sostenendo le giovani coppie nell’acquisto o nell’affitto di una casa.

Marco Valerio Solia