//Autonomia differenziata, perché la riforma non convince

Autonomia differenziata, perché la riforma non convince

Mercoledì pomeriggio il leader  della Lega Matteo Salvini e la titolare degli Affari regionali, Erika Stefani, hanno incontrato i governatori di Lombardia e Veneto per definire ulteriori dettagli riguardo il processo che porterà all’autonomia differenziata. Nei prossimi giorni Zaia e Fontana prepareranno un documento contenente le richieste con le nuove divisioni dei poteri regionali di Lombardia e Veneto ed entro la prossima settimana lo consegneranno al ministro dell’Interno.

Il messaggio da recapitare al presidente Conte ed a Luigi Di Maio è stato forte e chiaro: sul versante dell’autonomia non sono ammessi temporeggiamenti. In serata, poi, si è tenuto il vertice a Palazzo Chigi, dove Salvini ha messo sul tavolo l’alternativa secca: o passa l’autonomia o salta tutto. Questo è lo stato dell’arte sul fronte dell’autonomia differenziata.

Ripercorrendo sinteticamente le tappe di quello che si delinea già come un percorso tortuoso e ricco di insidie per la tenuta della maggioranza, lo scorso 14 febbraio sono state ufficialmente presentate in Consiglio dei Ministri le bozze di intesa tra lo Stato e le regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto per l’ottenimento dell’autonomia differenziata.

Si tratta di uno strumento introdotto con la riforma del Titolo V del 2001 all’art. 116, comma 3, della Costituzione, che consente alle regioni a statuto ordinario, previa intesa con lo Stato approvata dalle Camere a maggioranza assoluta, di acquisire particolari condizioni di autonomia nelle venti materie di legislazione concorrente tra Stato e regioni e, tra quelle di legislazione esclusiva statale, in materia di istruzione, tutela dell’ambiente, beni culturali e giustizia di pace.

L’attuale progetto autonomista, pur essendo previsto nel contratto di governo Lega-M5S, non nasce dall’intesa post-elettorale gialloverde. Già tra il 2014 e il 2018, infatti, Lombardia e Veneto avevano indetto due referendum consultivi per compattare la loro posizione ed acquisire maggiore potere negoziale di fronte al governo. A queste due regioni, nel 2017 si è poi accodata l’Emilia Romagna, guidata dall’esponente PD Stefano Bonaccini.

Pochi giorni prima delle elezioni politiche del 4 marzo, il governo Gentiloni ha siglato una pre-intesa con le tre regioni più produttive del settentrione. Dopo un anno, altre sette regioni (Campania, Liguria, Lazio, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria) hanno formalmente iniziato l’iter istituzionale previsto dall’art. 116, mentre Basilicata, Calabria e Puglia hanno dimostrato l’intenzione di farlo prossimamente.

Nel frattempo, il M5S, alle prese con il calo degli indici di gradimento, cerca di prendere tempo.

Il problema principale dell’autonomia differenziata, come è stato messo in evidenza da più parti, risiede nella definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti dallo Stato su tutto il territorio nazionale secondo il disposto dell’art. 117 della Costituzione.

È proprio questo il nodo problematico del progetto autonomista: si avverte la preoccupazione – tutt’altro che infondata – secondo cui, se passasse la riforma, in alcune regioni potrebbero venire a mancare livelli minimi di prestazione in materie fondamentali come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la tutela dei beni culturali e dell’ambiente. È quanto emerge dal pamphlet  di Gianfranco Viesti “Verso la secessione dei ricchi?” pubblicato di recente per i tipi di Laterza.

Prima di finire alla ribalta nelle ultime settimane, il tema del federalismo differenziato – e le sue conseguenze sistemiche – sono state analizzate molto efficacemente da uno studio della SVIMEZ pubblicato sul numero 1-2 del 2018 della Rivista economica del Mezzogiorno. Il rapporto rileva che i preaccordi con il governo Gentiloni sono stati siglati senza alcun richiamo alla necessità di garantire l’applicazione della legge n. 42 del 2009, che reca norme sul finanziamento dei fondi di perequazione territoriale e di garanzia integrale dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. Tale legge, infatti, stabilisce che i diritti siano garantiti su tutto il territorio nazionale previa determinazione dei fabbisogni ed in regime di costi standard.

Ulteriore nodo problematico, inscindibilmente legato al primo, è che la maggiore autonomia viene finanziata permettendo alle tre regioni del Nord di trattenere una quota maggiore dei tributi erariali (IRPEF, IRES e IVA) generati sul territorio.

Alle perplessità espresse da enti di ricerca ed economisti, si sono ultimamente affiancate quelle dell’agenzia di rating  Fitch, la quale conferma che l’autonomia differenziata porterà ingenti risorse nelle casse delle regioni interessate – circa il 50% in più – a scapito del Mezzogiorno. Un’ulteriore voce, quindi, che si aggiunge al coro dei tanti commentatori che hanno già ribattezzato “Spacca Italia” la riforma oggi al centro del dibattito pubblico.

Luca Savoia