//Copyright nel mercato unico digitale: Il voto del Parlamento Europeo dà una seconda occasione all’Europa

Copyright nel mercato unico digitale: Il voto del Parlamento Europeo dà una seconda occasione all’Europa

Il 5 luglio il Parlamento Europeo, con 318 voti contrari e 31 astenuti (a fronte dei soli 278 voti a favore), ha bocciato la proposta di direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale. È rimandato, quindi, l’avvio dei negoziati fra Parlamento, Commissione e Consiglio Europeo.

La discussione sul tema sarà posticipata a settembre, quando si svolgerà la prossima plenaria, ma le probabilità che la proposta definitiva di riforma del copyright non veda la luce prima della fine della legislatura sono molto concrete (a maggio 2019 si voterà per le elezioni europee), con buona pace dell’industria dell’editoria e dei contenuti culturali e creativi, che avrebbe voluto un segnale forte in tale direzione, ben consapevole che una votazione favorevole in questa fase avrebbe, per il suo significato, spianato la strada della direttiva nel tortuoso inter legislativo europeo.

In sede di votazione è risultato decisivo il “trasformismo” degli europarlamentari che nella Commissione giuridica avevano precedentemente avallato la proposta normativa, per poi cambiare idea a seguito delle polemiche scatenate, tra gli altri, anche da Wikipedia Italia, che fino alla data del voto ha deciso di oscurare il suo sito in segno di protesta, come a voler dare un’idea di cosa ne sarebbe delle istituzioni europee se realtà come quelle della più grande enciclopedia online del mondo fossero costrette a chiudere a causa di atti normativi frettolosi e poco pensati.

In generale la direttiva è stata pensata per disciplinare il rapporto tra i vari protagonisti del mercato digitale dei contenuti con l’obiettivo primario di garantire il riconoscimento economico del diritto d’autore nell’era digitale, sostituendo un impianto normativo ormai datato. Il pomo della discordia è costituito in particolare da due norme: gli articoli 11 e 13 della direttiva, così come approvati in data  20 giugno secondo gli emendamenti della Commissione giuridica. Gli articoli in questione avrebbero previsto, rispettivamente, l’obbligo di riconoscimento economico in favore degli editori per i contenuti protetti diffusi dalle piattaforme di condivisione e l’installazione di un filtro per impedire il caricamento online di materiale protetto dal diritto d’autore.

L’obbligo di riconoscimento economico a favore degli autori dei contenuti condivisi sarebbe avvenuto tramite l’introduzione di una nuova forma di equo compenso (impropriamente chiamata link tax)  da corrispondere agli editori per lo sfruttamento commerciale dei link e dei c.d. snippets (uno snippet sarebbe una piccola anteprima di un articolo, come le anteprime dei libri visibili da google books) sui loro contenuti. La logica sarebbe quindi la stessa di quella di chi acquista un supporto o un dispositivo idoneo a essere utilizzato anche per copiare un’opera protetta da diritto d’autore (c.d. copia privata) che è infatti tenuto a versare un compenso che dovrebbe poi finire nelle tasche dei titolari dei diritti per indennizzarli. In pratica la pubblicazione di link e snippet sarebbe diventata vincolata al rilascio di un’apposita autorizzazione ed al pagamento di questo equo compenso come risarcimento per i titolari dei diritti.

 

L’articolo 13 avrebbe invece imposto, in mancanza di un accordo economico con i titolari di diritti, l’installazione di un filtro sui contenuti in grado, tramite un apposito algoritmo, di individuare automaticamente quelli coperti dal copyright e bloccarli.

Entrambe le disposizioni affrontano esigenze serie e reali, soprattutto dal punto di vista economico e sociale.

Il futuro degli strumenti di informazione nel mondo digitalizzato è un tema più che mai attuale ed è giusto regolamentarlo, soprattutto dal momento che il settore è in mano a pochi grandissimi operatori innovativi, i quali riescono nell’obiettivo di lucrare sfruttando il valore prodotto dall’industria tradizionale dei contenuti ( nella sua interezza, editoria, cinema, musica, ecc.).

E’ dunque reale l’esigenza di una maggiore tutela dell’industria dei contenuti nel mutato scenario globale, ma nonostante questo non possiamo prescindere dal porci la seguente domanda: le disposizioni in questione sono una soluzione concreta, all’avanguardia e sostenibile a questi problemi?

E ancora, rispettano quei necessari parametri di fattibilità e di equità?

Lo sfruttamento dei link aggregati è fondamentale per il funzionamento di Internet e per una diffusione su larga scala delle informazioni. Pensare di limitare questo fenomeno non può che diventare controproducente per quegli stessi operatori che si dichiara di voler proteggere, come le esperienze dirette di alcuni Stati dell’UE hanno già ampiamente dimostrato, che resterebbero in balia delle scelte aziendali compiute dai big del settore.

Il rischio è quello di tornare indietro di moltissimi anni, quando erano in pochissimi a poter concretamente svolgere attività di  informazione.

Questione ancora più fondamentale è quella di accertare definitivamente a chi spetti la responsabilità per la pubblicazione di contenuti protetti e quali soggetti debbano accertare se la pubblicazione di un contenuto sia effettivamente lesiva del diritto d’autore.

In questa analisi non si può prescindere da un principio fondamentale: solo i giudici e le autorità possono decidere se la pubblicazione di un contenuto sia conforme o no alle leggi sul copyright. Nessun compromesso e nessuna compressione di questo principio è accettabile. Nessun algoritmo o altro meccanismo automatico può compiere questo giudizio. Così come nessuna piattaforma digitale può sostituirsi all’autorità giudiziaria.

All’indomani dell’esito della votazione del Parlamento Europeo quindi è tempo che si lavori a una modifica della proposta di direttiva che sia più calibrata sulle reali esigenze del mercato digitale, che riesca a dosare nella giusta misura libertà e tutele, risultando allo stesso tempo capace di operare una vera mediazione tra gli operatori. Un percorso riformistico necessario che andrà compiuto tenendo in maggiore considerazione le idee e i principi che hanno alla fine prevalso e che hanno portato a trasformare un sì annunciato in un clamoroso no. Dando così all’UE una seconda, e forse ultima, possibilità di dimostrarsi all’altezza del ruolo armonizzatore che dovrebbe ricoprire.

Marco Schirripa