//Come una stampante (3D) cambierà le nostre vite

Come una stampante (3D) cambierà le nostre vite

La stampa 3D – ossia quel processo di manifattura additiva che crea un oggetto fisico partendo da un disegno o da un progetto digitale – sta assumendo sempre più importanza in moltissimi settori: dall’edilizia alla medicina, dalla moda al cibo i grandi cambiamenti apportati in termini di costi e tempi permettono di pronosticarne una rapida diffusione, in grado di incidere sui modelli produttivi e sulle stesse nostre abitudini di vita.

Questa tecnologia, anche se nota al grande pubblico relativamente da poco, nasce ufficialmente nel 1986 quando Chuck Hull, ingegnere statunitense, sviluppò il concetto di stereolitografia, ovvero la possibilità di sviluppare modelli tridimensionali attraverso un componente liquido che si solidifica strato su strato rendendo possibile la veloce prototipazione di oggetti in 3 dimensioni. Con la sua 3DSystems, azienda ancora saldamente all’apice nel settore, diede vita al primo esempio commerciale di rapid prototyping, cominciando la distribuzione di stampanti 3D dagli anni ‘90.

Da quegli anni, molti sono stati i protagonisti ed i brevetti depositati a riguardo, fino ai progetti Open Source dei primi anni 2000, culminati con RepRap (Replicating Rapid Prototyper – prototipatore rapido a replicazione). Questo macchinario, in grado di creare da sé la maggior parte dei pezzi necessari al proprio funzionamento, ha trasformato le stampanti 3D da prodotto utilizzato esclusivamente dalle grandi aziende a prodotto da scrivania, attirando le attenzioni del grande pubblico e catalizzando una grande comunità di piccoli sviluppatori e startup.

Le stesse grandi aziende, che già dalla fine degli anni ‘80 avevano implementato la stampa 3D nei loro processi industriali, stanno mostrando sempre più interesse per questa tecnologia. È il caso di Volkswagen, che ha recentemente dichiarato di aver trovato un modo per stampare in serie pezzi importanti di automobili, o di Hewlett-Packard, multinazionale nel campo dell’informatica, che ha sviluppato, ad un prezzo relativamente accessibile per le medie imprese, una stampante in grado di utilizzare il metallo come materiale di produzione, anziché filamenti di polimeri plastici come per la maggior parte dei macchinari in commercio.

Gran parte delle sperimentazioni della stampa 3D provengo dal settore edile.  Coerentemente con le moderne tematiche di risparmio energetico e sostenibilità, le stampanti hanno il potenziale di incentivare l’ottimizzazione nella gestione delle risorse, con produzione diretta in sito, tempi di realizzazione di un immobile sensibilmente più corti rispetto a quelli tradizionali, costi più bassi per l’uso ridotto di manodopera nonché riduzione degli sprechi di materie prime.

Il settore in cui, però, la stampa 3D sta avendo la sua più felice applicazione è quello medico. Le nuove frontiere spaziano dalla neurochirurgia all’ortopedia, dalla chirurgia maxillo-facciale a quella cardiovascolare. Il bioprinting, una delle tecniche più avanzate di medicina rigenerativa, che al posto di plastiche e polimeri usa cellule umane per riprodurre organi e tessuti, promette, in un futuro sempre più prossimo, di stampare cuore, reni, fegato, pelle valvole, occhi, trovando soluzione alla cronica richiesta di organi che affligge tutto il mondo.

A questi settori se ne aggiunge uno che, anche se ancora agli albori, promette di far parlare di se: quello delle stampanti 3D alimentari. Questi particolari tipi di macchinari hanno al loro interno cartucce contenenti versioni in polvere di vari ingredienti, poi utilizzate per assemblare e cucinare piatti, portate e alimenti vari di ogni genere secondo le preferenze dell’utente. E’ il caso del FoodInk di Londra, il primo ristorante al mondo in cui, già dal 2016, si offre un menù di nove portate tutte realizzate sotto gli occhi dei commensali con il prodigioso marchingegno.

In conclusione, la stampa 3D è ancora un fenomeno di nicchia limitato ad appassionati ed imprese avanguardistiche, destinato però a diventare un processo di produzione sempre più diffuso. I prezzi di una stampante negli ultimi 20 anni sono passati dai 30.000 dollari della prima Stratasys ad una media attuale di 1.500. Riduzione della curva di prezzo che ricorda quella dei computer o dei telefoni cellulari, oggetti inizialmente molto costosi e limitati ad un mercato d’élite.

Fantasticando, non è poi cosi assurdo immaginare un futuro in cui la diffusione di massa della stampa 3Dporterà ciascun individuo ad essere potenzialmente un Prosumer, produttore e consumatore allo stesso tempo, con conseguente contrazione della domanda, calo dei profitti aziendali, e aumento della disoccupazione, intaccando seriamente la prassi del modello di produzione attuale, di stampo capitalistico centralizzato e verticale.

Edoardo Castracane